La portaerei Ford lascia il Medio Oriente dopo una missione record, mentre il Pentagono valuta l’invio del missile ipersonico Dark Eagle
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Redazione Esteri
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Secondo indiscrezioni rivelate da Associated Press e dal Washington Post, la portaerei “Ford” – la più grande e tecnologicamente avanzata mai costruita – è in procinto di lasciare la zona di operazioni in Medio Oriente al termine di una missione dalla durata eccezionale. Giovedì 30 aprile, infatti, il gruppo d’attacco incentrato sulla “Ford” ha raggiunto il trecentodecimo giorno di dispiegamento continuo: un record post-guerra del Vietnam che potrebbe superare alcuni dei più lunghi dispiegamenti di portaerei dal 1964, un traguardo che testimonia lo sforzo logistico imposto dall’attuale amministrazione nelle acque del Golfo.
La partenza imminente – dovrebbe avvenire nei prossimi giorni con rientro a Norfolk, in Virginia, previsto per metà maggio – non rappresenta però una riduzione della pressione americana su Teheran. Se da un lato i quattromilacinquecento marinai della “Ford” si preparano a riabbracciare le loro famiglie dopo aver sopportato turni massacranti (e qualche inconveniente di bordo, come un incendio in lavanderia e problemi ai sistemi di smaltimento), dall’altro il Pentagono sta finalizzando l’invio di quello che potremmo definire il “jolly” tecnologico di questa crisi: il sistema d’arma ipersonico noto come “Dark Eagle”.
Un rientro programmato e una flotta ancora imponente
La “Ford” lascia il teatro di guerra in concomitanza con un ammassamento di forze che non si vedeva dai tempi dell’operazione “Iraqi Freedom” del 2003. Oltre alla “Ford”, operano nella zona le portaerei “George H.W. Bush” e “Abraham Lincoln”, affiancate da una ventina tra cacciatorpediniere e incrociatori. A completare il dispositivo, fonti non ufficiali segnalano la presenza di uno o più sommergibili nucleari classe Virginia, il cui compito principale, in questi giorni di stallo diplomatico, sarebbe quello di rafforzare il blocco navale selettivo nei confronti delle imbarcazioni iraniane nel Golfo Persico e nel Mar Arabico. Si tratta, in sostanza, di un di spedizione che supera i duecento velivoli da combattimento complessivi, una chiara dimostrazione di forza mentre i negoziati bilaterali arrancano.
Dark Eagle, l’arma che spaventa anche Cina e Russia
Nell’incertezza sui prossimi sviluppi dello scontro con l’Iran – dove il cessate il fuoco sembra sempre più fragile – il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha richiesto ufficialmente il trasferimento nella regione del sistema “Dark Eagle”. Secondo quanto scrive Bloomberg, ripreso dalle principali testate mediorientali, si tratterebbe del primo impiego operativo di tale armamento, il cui sviluppo è stato a lungo ritardato da problemi tecnici e budget fuori controllo. Ecco perché la notizia ha dell’incredibile: se il Pentagono darà il via libera, gli Stati Uniti schiereranno per la prima volta un missile in grado di viaggiare a velocità superiori a Mach 5 (quindi oltre i seimilacinquecento chilometri orari), rendendo di fatto inutili i sistemi di difesa anti-missile attualmente in possesso della Repubblica Islamica.
Progettato per colpire bersagli “sensibili al fattore tempo e pesantemente difesi”, il “Dark Eagle” ha una gittata dichiarata di circa duemilasettecentottanta chilometri. Una portata che lo rende ideale per distruggere i lanciatori di missili balistici che i Guardiani della Rivoluzione hanno prudentemente spostato in profondità nel territorio iraniano, fuori dalla portata dei normali “Precision Strike Missile”. Ogni singolo esemplare di questo “mostro” a due stadi costa circa quindici milioni di dollari, e stando alle stime degli analisti ce ne sarebbero al momento meno di dieci pronti all’uso. Un costo proibitivo, certo, ma che il Pentagono sembra disposto a sostenere pur di non dover ricorrere a opzioni militari più drastiche, come quelle ipotizzate nelle scorse settimane da alcuni falchi di Washington.
Tecnologia e cronaca di bordo
Mentre i vertici militari discutono se dare il via libera al “Dark Eagle” – un’arma nata per il progetto “Conventional Prompt Strike”, volto a colpire qualsiasi bersaglio globale entro un’ora –, la cronaca delle operazioni navali registra anche il lato umano della missione record della “Ford”. Il lungo periodo in mare, infatti, ha messo a dura prova l’equipaggio; l’Ncis (il servizio investigativo della Marina) ha addirittura aperto un’inchiesta per verificare se l’incendio divampato in una lavanderia a marzo sia stato di natura dolosa, data l’evidente stanchezza dei marinai. Problemi ricorrenti agli impianti di scarico e un servizio mensa giudicato scadente hanno alimentato il malumore durante questi dieci mesi di navigazione, che hanno incluso operazioni delicate come la cattura di Nicolas Maduro in Venezuela e le prime fasi dell’attuale guerra in Iran.
Tuttavia, come ha sottolineato il segretario alla Difesa Pete Hegseth in un’audizione al Congresso, le “necessità operative” del Comando Sud e del Centcom hanno reso inevitabile il prolungamento di un dispiegamento che, ad oggi, rappresenta uno dei più lunghi della storia della Marina americana dall’era del Vietnam.




