Il saccheggio dell’uranio: nel mirino di Trump le riserve iraniane di Isfahan e Natanz

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le illusioni dei perbenisti occidentali, che avevano incorniciato l’aggressione congiunta di Stati Uniti e Israele all’Iran in una presunta crociata a favore delle libertà femminili o contro la repressione del dissenso interno, si sono definitivamente infrante. La realtà, emersa con crudezza in queste ore, è quella di un vile saccheggio delle risorse strategiche, un copione già visto con il rapimento di Nicolas Maduro in Venezuela e la conseguente presa di controllo del petrolio di Caracas da parte delle compagnie a statunitensi. Il Wall Street Journal ha infatti riportato quelle che definisce “indiscrezioni”, ma che di fatto sono i piani operativi sotto gli occhi di tutti: la Casa Bianca, con ogni probabilità, si appresta ad appropriarsi dell’uranio iraniano, intervenendo direttamente con i militari sul terreno nelle aree di Isfahan e Natanz.

L’obiettivo, secondo quanto si apprende, è quello di mettere le mani su una quantità significativa di materiale fissile, stimata intorno ai 450 chilogrammi, un quantitativo che gli esperti ritengono sufficiente per rappresentare una soglia critica nello sviluppo di un arsenale nucleare. Siamo così arrivati al trentunesimo giorno di Operation Epic Fury, il nome in codice dell’offensiva aerea congiunta iniziata il 28 febbraio, e mentre le bombe continuano a cadere su Teheran, Isfahan, Shiraz, Tabriz, Abadan e Karaj, il quadro strategico si fa più nitido. I missili balistici iraniani continuano a colpire Israele e le basi americane nel Golfo, lo Stretto di Hormuz resta una polveriera chiusa al traffico marittimo e il prezzo del Brent, conseguentemente, ha sfondato la soglia critica dei 108 dollari al barile, con ripercussioni globali ancora difficili da quantificare pienamente.

Operazioni di terra: l’uranio e il petrolio come obiettivi primari

L’operazione di terra, qualora venisse ufficialmente ordinata dal presidente Trump, si presenta come un’impresa tattica di una complessità estrema. Non si tratterebbe di un semplice raid, ma di un’occupazione temporanea mirata a estrarre dalle strutture sotterranee i cilindri contenenti l’uranio altamente arricchito. Le fonti militari citate dal *Wall Street Journal* descrivono uno scenario che richiederebbe giorni di lavoro sotto la minaccia costante di droni e missili terra-aria iraniani, con squadre di genieri incaricate di rimuovere macerie e inneschi, seguite da team specializzati nel maneggio di materiale radioattivo. Non meno complesso, ma altrettanto rilevante per gli interessi economici in gioco, è il piano per impadronirsi dei terminal sull’isola di Khark. Si tratta dell’isolotto, vitale per l’export iraniano, dove attraccano le petroliere: da lì passa il 90 per cento del greggio destinato ai mercati asiatici, un flusso energetico che Trump ha già dichiarato di voler interrompere o, nelle sue parole più esplicite, “prendere”.

Lo schieramento delle forze e l’ora X per l’operazione *Epic Fury*

Sul terreno, il Pentagono sta predisponendo gli assetti necessari per garantire a Trump un ventaglio di opzioni militari ampio. I 3.500 marines arrivati venerdì scorso e i 2.000 paracadutisti della 82esima Divisione Aviotrasportata rappresentano solo l’avanguardia di un potenziale schieramento più massiccio, con la possibilità di inviare ulteriori 10.000 uomini per sostenere le operazioni di terra. La domanda che aleggia negli ambienti militari e diplomatici, tuttavia, resta una: quando scatterà l’ora X per l’operazione terrestre? Sebbene la Casa Bianca abbia ventilato la possibilità di concludere il conflitto entro metà aprile, la logistica necessaria per estrarre l’uranio – con la bonifica dei siti di Isfahan e Natanz, la creazione di piste di atterraggio provvisorie e l’allestimento di convogli per il trasporto dei materiali – suggerisce tempistiche ben più lunghe rispetto a un’azione lampo.

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