L’ora X per l’operazione terrestre in Iran e le tre opzioni (disperate) di Trump tra Qeshm, Kharg e l’uranio da rubare

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   ** siamo al trentunesimo giorno di “Operation Epic Fury”, il nome in codice dell’offensiva aerea congiunta che Stati Uniti e Israele hanno scatenato contro l’Iran il 28 febbraio 2026. Le bombe continuano a cadere senza sosta su Teheran, Isfahan, Shiraz, Tabriz, Abadan e Karaj; dall’altra parte, i missili balistici iraniani continuano a colpire Israele e le basi americane disseminate nel Golfo, mentre lo Stretto di Hormuz – di fatto – resta blindato e il prezzo del Brent ha ormai sfondato quota 108 dollari al barile. In questo quadro di stallo operativo, dove l’usura logistica inizia a farsi sentire nonostante la superiorità tecnologica, la Casa Bianca starebbe valutando il “colpo finale” da assestare a terra. Secondo quanto riportato da Axios e ripreso da diverse testate internazionali, le opzioni sul tavolo di Donald Trump – che ricordiamo è di nuovo presidente degli Stati Uniti – sono tre, tutte estremamente rischiose: l’invasione o il blocco navale dell’isola di Kharg (il terminal petrolifero strategico iraniano), un’incursione delle forze speciali all’interno del paese per impossessarsi dell’uranio altamente arricchito, o infine la “distruzione totale” delle infrastrutture energetiche e civili nemiche.

L’isola di Kharg, il “gioiello della corona” che potrebbe trasformarsi in una trappola

L’isola di Kharg, situata a circa 25 chilometri dalla costa iraniana, rappresenta da sola il nodo scottante della questione: qui passa il 90 per cento delle esportazioni petrolifere di Tehran, un flusso di denaro che finanzia interamente lo sforzo bellico del regime. L’amministrazione Trump, in un post su Truth Social, ha parlato di “serie discussioni con un nuovo e più ragionevole regime”, salvo poi minacciare immediatamente dopo di “far saltare in aria e obliterare completamente tutte le centrali elettriche, i pozzi petroliferi e l’isola di Kharg” se lo Stretto non verrà riaperto al commercio internazionale. Un’operazione anfibia su Kharg, però, è vista con estremo scetticismo da analisti ed ex vertici militari come il generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato maggiore della Difesa. L’ex generale, in un’intervista, ha definito l’impresa “troppo rischiosa”: il costo in termini di perdite sarebbe elevato, e i repubblicani – chiamati presto alle urne – difficilmente perdonerebbero a Trump un bagno di sangue. A rendere letale lo sbarco, del resto, non sono solo i mille missili balistici ancora in possesso di Tehran, ma anche la miriade di droni FPV e i sistemi MANPADS diffusi sul territorio, capaci di trasformare il cielo intorno all’isola in una zona d’interdizione per paracadutisti ed elicotteri. Se le petroliere di Kharg rappresentano il portafoglio dell’Iran, la sua difesa rappresenterebbe una vera e propria “porta dell’inferno” per i Marines.

La missione impossibile nel cuore del deserto: rubare l’uranio

L’altra opzione, ancora più inquietante, riguarda il dossier nucleare. L’intelligence americana ritiene che l’Iran possegga ancora quasi 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, una soglia tecnica che è a un passo dal grado bellico. Il Pentagono starebbe quindi pianificando un’incursione dei Tier 1 operators (dai Navy SEAL ai Delta Force) per penetrare nelle strutture sotterranee come quelle di Isfahan o Natanz e impossessarsi del combustibile, impedendo così a Tehran di confezionare l’ordigno atomico nel breve termine. Si tratterebbe di una delle missioni più complesse mai concepite: come sottolinea un’analisi pubblicata su Asia Times, spingersi “nelle profondità dell’interno dell’Iran” richiederebbe non solo la neutralizzazione delle difese aeree, ma anche la capacità di trasportare carichi pesanti fuori da tunnel fortificati, il tutto mentre le milizie circondano il perimetro. La posta in gioco, insomma, è altissima, ma il rischio di trasformare un’operazione di recupero in una trappola mortale – magari innescata dagli stessi iraniani per far saltare i propri impianti insieme agli assalitori – è concreto e spaventa persino i falchi del Dipartimento della Difesa.

Guerra tecnologica e logistica: il costo umano dell’automazione bellica

A trentun giorni dall’inizio dell’offensiva, intanto, emergono dettagli inquietanti su come venga condotta “Epic Fury”. L’esercito americano ha fatto largo uso di intelligenza artificiale generativa – come il modello Claude 4 Opus di Anthropic, integrato nella piattaforma Palantir – per accelerare i cicli di “targeting”. Se un tempo un analista umano impiegava giorni per validare un bersaglio, oggi gli algoritmi generano centinaia di raccomandazioni al secondo. Proprio questa compressione decisionale, però, ha portato a conseguenze letali sul campo: fonti della difesa riportano che un missile ha colpito nei pressi di una scuola nel sud dell’Iran, causando almeno 165 vittime civili, molti dei quali bambini. L’incidente ha scatenato un vespaio etico a Washington, con la società Anthropic che ha provato a imporre limiti all’uso bellico dei propri software, venendo prontamente messa al bando da un ordine esecutivo di Trump (che l’ha etichettata come “minaccia radicale di sinistra”). Nonostante il bando, il sistema è ormai così profondamente integrato nell’architettura JADC2 che i comandi continuano a usarlo, sollevando interrogativi giuridici imbarazzanti sulla responsabilità penale delle cosiddette “uccisioni algoritmiche”.

Lo stallo di Hormuz e il prezzo della paura

Sul fronte economico, la morsa iraniana sullo Stretto di Hormuz non accenna ad allentarsi. L’annuncio del presidente Trump di aver ricevuto un “regalo” dal nuovo regime – ovvero il passaggio di dieci petroliere – non ha convinto i mercati, che vedono ancora solo un flusso minimo rispetto alla media di 138 transiti giornalieri pre-guerra. Al contrario, le forze navali dell’IRGC continuano a colpire le imbarcazioni, mentre le milizie filo-iraniane in Iraq e Yemen hanno intensificato gli attacchi alle infrastrutture energetiche saudite ed emiratine. Con il Brent stabilmente sopra i 100 dollari e la minaccia di un collasso dell’economia globale incombente, le tre opzioni di terra di Trump appaiono tutte come altrettante scommesse sul futuro politico del presidente. Se fallisse la diplomazia (o il bluff), il “pisolino” militare in Medio Oriente rischia di trasformarsi in un incubo senza fine, dove persino la superiorità tecnologica dell’Occidente si scontra con la geografia spietata del Golfo Persico.

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