Teheran sotto i bombardamenti: raid su Isfahan e nuove esplosioni nella capitale mentre Trump rivendica l’attacco

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran prosegue senza sosta, allargando il suo raggio d’azione nel cuore della notte tra lunedì e martedì. Violente esplosioni hanno scosso Teheran, ma anche le città di Isfahan e Zanjan – dove, secondo quanto riferito dalle agenzie di stampa locali, sarebbero stati colpiti alcuni siti militari – in un contesto bellico che ormai coinvolge l’intera regione, con ripercussioni che dal Golfo Persico si estendono fino al Libano. Le interruzioni di corrente elettrica segnalate nella capitale, con particolare intensità nelle zone orientali e occidentali, suggeriscono come gli attacchi mirati a infrastrutture strategiche (tra cui, secondo fonti iraniane, una sottostazione elettrica) stiano cercando di indebolire la resilienza del paese.

Mentre le sirene antiaeree risuonavano in diverse aree di Israele, a Gerusalemme e lungo la Valle del Giordano, l’esercito israeliano ha confermato di aver intercettato nuovi lanci missilistici provenienti dal territorio iraniano. Un’escalation che si inserisce in una dinamica ormai consolidata di attacchi e contrattacchi, iniziata ufficialmente il 28 febbraio, e che ha visto l’amministrazione Trump giocare un ruolo di primo piano. Il presidente degli Stati Uniti, rieletto alla Casa Bianca, ha postato direttamente sul suo social network Truth le immagini dell’incendio provocato da un raid americano contro un deposito a Isfahan, un gesto comunicativo che sottolinea la volontà di rivendicare apertamente le operazioni sul campo.

L’attenzione, in queste ore, rimane focalizzata sullo Stretto di Hormuz, il punto nevralgico per il transito di circa un quinto del petrolio mondiale. La situazione è di stallo: i media iraniani hanno riportato l’approvazione da parte del parlamento di Teheran di un pedaggio per le navi di passaggio, una mossa che di fatto trasforma il blocco informale in una misura istituzionale. Il prezzo del Brent ha reagito immediatamente, toccando quota 115 dollari al barile, in seguito anche a un attacco rivendicato dall’Iran contro una petroliera kuwaitiana nel porto di Dubai. Un’azione, quest’ultima, che ha causato un incendio sulla nave e rappresenta un allargamento del conflitto agli Emirati Arabi Uniti, dove le difese aeree sono state costrette a intervenire, lasciando cadere detriti su aree residenziali della città.

Il fronte libanese, tradizionale cinghia di trasmissione delle tensioni regionali, registra un nuovo pesante tributo di sangue. Il Ministero della Salute di Beirut ha aggiornato il bilancio degli attacchi israeliani sulla zona di Jnah, nel sud della capitale, parlando di almeno sette morti e decine di feriti. Nel frattempo, le operazioni di terra delle Forze di Difesa israeliane nel sud del Libano hanno portato alla morte di quattro soldati israeliani. Il quadro si complica ulteriormente sul piano diplomatico e giudiziario: a New York, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è stato convocato dopo la morte di alcuni caschi blu in servizio di pace, un evento che rischia di minare ulteriormente la credibilità delle missioni internazionali in un’area sempre più fuori controllo.

L’economia di guerra e le incognite giudiziarie

Se le operazioni militari rappresentano la punta dell’iceberg, è sotto la superficie che si muovono gli interessi geopolitici più profondi. L’Unione Europea, con una mossa che mira a mantenere una pressione politica separata dal conflitto armato, ha prorogato le sanzioni contro l’Iran per violazioni dei diritti umani, segnalando come, nonostante la gravità della situazione bellica, Bruxelles intenda mantenere una linea di condanna rispetto alle repressioni interne del regime.

Sul fronte interno alla coalizione occidentale emergono, però, elementi di frizione e potenziale conflitto di interessi. Una vicenda sollevata dal Financial Times riguarda un broker del segretario alla Difesa statunitense, Pete Hegseth, il quale avrebbe tentato di investire ingenti somme in un fondo specializzato in società della difesa (tra cui Lockheed Martin e Northrop Grumman) nelle settimane immediatamente precedenti l’inizio dell’offensiva contro Teheran. Sebbene l’operazione non sia poi andata a buon fine per motivi tecnici, il caso ha riacceso le polemiche sul rapporto tra le decisioni di guerra e gli interessi economici privati all’interno dell’amministrazione, in particolare di una figura chiave come Hegseth, noto per essere stato tra i più convinti sostenitori dell’azione militare.

Mentre il traffico marittimo tenta faticosamente di riprendere – con due navi portacontainer cinesi che sono riuscite ad attraversare lo Stretto di Hormuz al secondo tentativo -4 – l’attenzione resta alta su un eventuale allargamento del conflitto ad altri Paesi del Golfo. Gli Stati Uniti continuano a rafforzare la propria presenza militare nella regione, mentre l’Iran, attraverso i propri media, descrive i raid in corso come una prova di resistenza nazionale. In questo scenario, la cronaca registra anche episodi marginali ma sintomatici della complessità del teatro mediorientale: una giornalista statunitense rapita e poi liberata in Iraq, un caso che riporta l’attenzione sull’instabilità endemica anche al di fuori dei confini dei belligeranti principali.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.