Il piccolo Domenico è morto, si spegne dopo due mesi il bimbo del trapianto con il cuore danneggiato

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si è conclusa questa mattina, sabato 21 febbraio 2026, presso l’ospedale Monaldi di Napoli, l’agonia del piccolo Domenico, il bambino di due anni e mezzo che lo scorso 23 dicembre era stato sottoposto a un trapianto di cuore poi rivelatosi drammaticamente danneggiato. Il decesso, comunicato ufficialmente dall’avvocato della famiglia Francesco Petruzzi e confermato in una nota dalla direzione strategica dell’Azienda Ospedaliera dei Colli, è sopraggiunto alle 9.20, poche ore dopo un arresto cardiocircolatorio verificatosi alle 5.30. Le condizioni cliniche del bambino, che i sanitari descrivevano già da giorni in un irreversibile e progressivo peggioramento, non hanno lasciato scampo nonostante la macchina per l’ossigenazione extraCorporea (Ecmo) a cui era stato collegato per oltre cinquantasette giorni, un periodo che gli stessi medici avevano più volte definito al limite della sostenibilità per un organismo così piccolo.

L’ultimo saluto e il dolore di una madre

Nelle fasi immediatamente precedenti alla morte, il cardinale di Napoli, Mimmo Battaglia, ha impartito l’estrema unzione al piccolo, raccogliendosi in preghiera accanto al letto insieme al cappellano dell’ospedale. Poco dopo, la mamma Patrizia Mercolino, quella che per settimane aveva lottato e sperato definendo il figlio un “piccolo guerriero”, è apparsa davanti ai cronisti con il volto segnato dalle lacrime per annunciare la fine del calvario: «È finita, Domenico se n'è andato». La donna, che aveva già concordato con i medici giorni fa una Pianificazione Condivisa delle Cure per evitare inutili accanimenti terapeutici, ha ora trovato la forza per guardare al futuro, annunciando l’intenzione di costituire una fondazione intestata al figlio. L’obiettivo dichiarato, quello di tenere vivo il ricordo di Domenico e offrire sostegno ad altri bambini che si trovano in condizioni simili, vittime di errore medico o in attesa di un organo.

Una catena di errori e una conservazione fatale

Il cuore trapiantato, prelevato da un bambino deceduto in provincia di Bolzano, era arrivato a Napoli in un contenitore termico raffreddato non con il tradizionale ghiaccio tritato, bensì con ghiaccio secco, capace di abbattere le temperature fino a ottanta gradi sotto zero. Un errore, questo, che secondo le prime ricostruzioni degli inquirenti e quanto emerso dagli audit interni dell’ospedale Monaldi, avrebbe letteralmente “congelato” e danneggiato in modo irreparabile il tessuto cardiaco durante il trasporto. I medici, all’apertura del box, si erano trovati di fronte a un blocco unico di ghiaccio che inglobava il secchiello con l’organo, ma in assenza di alternative valide e con il piccolo già in sala operatoria con il cuore nativo espiantato, avevano deciso di procedere ugualmente all’impianto. Una scelta obbligata, scattata nella speranza che l’organo potesse comunque riprendere le funzionalità una volta innestato, speranza che però si spense quasi subito: il cuore non riprese mai a battere autonomamente.

Indagini in corso e una speranza svanita nel nulla

Sulla vicenda rimane aperta un’inchiesta della Procura di Napoli, che ha già portato all’iscrizione nel registro degli indagati di sei persone tra medici e paramedici dell’équipe che ha seguito l’espianto a Bolzano e il successivo trasporto, con l’ipotesi di reato di lesioni colpose gravissime. Nel frattempo, nei giorni scorsi, era apparsa una flebile possibilità di salvezza per il bambino, quando un nuovo cuore compatibile era stato individuato per un secondo trapianto, operazione che però l’Heart Team aveva valutato come avente solo il dieci per cento di possibilità di riuscita. Un’opzione che si è poi definitivamente chiusa giovedì scorso, quando gli esperti coinvolti, tra cui cardiochirurghi del Regina Margherita di Torino e del Bambino Gesù di Roma, hanno stabilito che il piccolo, dopo due mesi di Ecmo, non era più in condizioni fisiche di sopportare un altro intervento così complesso. L’organo, destinato inizialmente a Domenico, è stato quindi reindirizzato e trapiantato con successo su un altro bambino ricoverato all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

La promessa di una fondazione

Ora, mentre le indagini proseguono per accertare ogni singola responsabilità, dalla richiesta del rabbocco di ghiaccio in sala operatoria a Bolzano fino alla scelta del contenitore usato per il viaggio di ritorno, la madre del bambino ha ribadito con forza la volontà di non lasciare che la memoria del figlio si dissolva nel nulla. «A breve daremo notizia di questa Fondazione che voglio creare in nome di Domenico per cui non sia dimenticato», ha dichiarato Patrizia Mercolino, annunciando che lunedì si recherà dal notaio per avviare l’iter burocratico. La donna, nei giorni scorsi, aveva più volte ringraziato per la vicinanza ricevuta, ma aveva anche messo in guardia da eventuali raccolte fondi non autorizzate, chiedendo che eventuali donazioni venissero invece indirizzate ad associazioni ufficiali come l’Aido. La battaglia legale per fare chiarezza sull’intera vicenda resta in primo piano, ma il suo pensiero, adesso, è rivolto unicamente a trasformare il dolore in qualcosa di duraturo e concreto.

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