Il dolore che non si spegne: la storia di Roei, scampato al 7 ottobre
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Redazione Esteri
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Il 7 ottobre non si dimentica, neanche ora che possenti venti di pace, dopo mesi di un conflitto che ha segnato profondamente la regione, soffiano su Israele e su Gaza. Ma la storia, come si suol dire, è fatta di singole esistenze, di milioni di gocce d'acqua ciascuna differente. Roei Shalev era una di quelle gocce e non aveva mai superato quel giorno da cui era uscito salvo per un soffio, un evento che lo aveva privato della persona amata. Si sopravvive a tutto, tranne che alla vita quando non la si desidera più. La sua fidanzata, Mapal, fu uccisa durante l'assalto di Hamas al rave Supernova, mentre lui, seppur ferito, riuscì a mettersi in salvo. Un destino, il suo, che si è rivelato beffardo e insopportabile.
Un lutto insormontabile
«Sono vivo, ma dentro di me è tutto morto»: queste le parole che Roei Shalev ha lasciato, un'eco di un dolore che non conosceva tregua e che lo ha condotto, due anni dopo la tragedia, a compiere lo stesso gesto estremo della madre. Anche per lei, infatti, il peso di quel lutto si era rivelato troppo da sopportare, portandola al suicidio appena una settimana dopo gli avvenimenti del pogrom. Una doppia tragedia familiare che getta una luce cruda sulle ferite psicologiche, spesso invisibili ma non per questo meno letali, inflitte dal terrorismo. La sua sofferenza, che lui stesso definiva incomprensibile agli altri, non ha trovato una via d'uscita.
L'ultimo disperato addio
Venerdì sera, Roei ha messo in atto il suo proposito. Ha preso una tanica di benzina e si è dato fuoco dentro la propria autovettura, vicino allo svincolo di Odim, in un luogo che non era il palco del festival ma che è diventato, ugualmente, il teatro della sua fine. Pochi attimi prima di compiere il gesto, aveva affidato ai social network un ultimo, straziante messaggio. «Non arrabbiatevi con me, vi prego. Nessuno mi capirà mai, perché non potete farlo, e va bene così. Voglio solo che questa sofferenza finisca», ha scritto. In un altro post, aveva aggiunto: «Non ce la faccio più ad andare avanti», chiedendo perdono ad amici e familiari per la scelta che stava per compiere.
Le indagini e il ricordo
La sua morte, riportata in evidenza oggi dai media israeliani, non è un episodio isolato ma si inserisce in un quadro più ampio di sofferenza prolungata. Le autorità, come di consueto in casi del genere, hanno avviato le dovute indagini per accertare le dinamiche esatte del suicidio, trattandolo con la delicatezza che un evento così tragico richiede. La sua storia, come quella di tanti altri sopravvissuti, costringe a riflettere sulle conseguenze a lungo termine di tali atrocità, che continuano a mietere vittime ben oltre il giorno dell'attacco. Il suo corpo, come quello della fidanzata e dell'amico perduti allora, è diventato l'ultimo, tragico simbolo di una ferita che non smette di sanguinare.




