Il diesel in Italia: un'agonia che non lo uccide, tra nuove auto introvabili e un usato che vola

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’ultimo decennio ha rappresentato per il motore diesel un vero e proprio calvario, segnato da una demonizzazione implacabile, da un carico fiscale sempre piú pesante e da restrizioni alla circolazione che ne hanno fatto una scelta quasi impopolare; eppure, nonostante questo contesto avverso, la tecnologia a gasolio continua a mostrare una sorprendente vitalità. Se si analizzano i dati relativi al solo mercato del nuovo, il destino del diesel sembrerebbe segnato: le immatricolazioni di vetture a gasolio hanno chiuso il 2025 con una quota del 9,4%, un'inezia se paragonata al 55,6% del 2015, quando se ne contarono quasi 900.000 unità -2-6-8. Ma il quadro cambia radicalmente se si sposta lo sguardo sul mercato dell'usato, dove per il 2025 si prevede che 1,3 milioni di auto diesel cambieranno proprietario, rappresentando il 41,5% di tutti i passaggi di proprietà. Un paradosso italiano, questo, che vede un motore snobbato dalle case costruttrici — che lo nascondono in fondo ai listini o lo escludono del tutto — ma ancora amato e ricercato da una fetta consistente di automobilisti, professionisti e famiglie che percorrono molti chilometri e che nell'usato trovano quella convenienza e quella robustezza che il nuovo, ormai, nega.

Un'offerta che si assottiglia: cosa resta nel listino del 2026

A giudicare dai configuratori online e dalle strategie commerciali dei marchi, l’impressione è che il diesel sia diventato una sorta di parente povero, relegato agli ultimi posti delle vetrine virtuali dopo l’assalto di Suv, ibridi plug-in e modelli elettrici. L’offerta di nuove auto a gasolio si è infatti fortemente ridotta, e una rapida scorsa ai listini conferma che le utilitarie e le citycar a gasolio sono praticamente scomparse, soppiantate da versioni ibride o a benzina. Chi cerca un diesel nuovo nel 2026 deve orientarsi verso segmenti specifici e, spesso, alzare il budget oltre una certa soglia. Tra le berline, modelli come la Fiat Tipo 1.6 Multijet, con un prezzo di partenza che si aggira intorno ai 18.200 euro, rappresentano una delle poche opzioni ancora accessibili per chi non vuole rinunciare alla parsimonia dei consumi senza svenarsi. Salendo di categoria, si trovano proposte decisamente più strutturate e costose, come la Volkswagen Golf 2.0 TDI (da circa 34.700 euro) o la Seat Leon (da 29.750 euro). Il segmento dei Suv e delle station wagon è invece il regno incontrastato delle case tedesche, con Audi e BMW in prima linea: l’Audi Q3 Sportback 2.0 TDI da 150 CV (oltre 45.000 euro) e la BMW X1 (attesa in un restyling proprio nel 2026) sono tra le interpreti piú raffinate di questa filosofia, mentre per chi cerca una familiare, l’Audi A6 Avant 2.0 TDI (oltre 66.000 euro) rimane un punto di riferimento per chi macina autostrada.

I cinque motori piú potenti e le novità in arrivo

Nonostante la progressiva emarginazione, i costruttori — specialmente quelli premium — non hanno del tutto abbandonato il campo. Per il 2026 sono previste diverse novità, concentrate per lo piú su modelli di alta gamma e fuoristrada. I marchi tedeschi, in particolare, continuano a crederci: Audi lancerà la nuova Q7 e l’inedita Q9, entrambe probabilmente equipaggiate con possenti V6 turbodiesel mild hybrid da oltre 300 CV, mentre BMW aggiornerà la X1 e la X5 con motori a quattro e sei cilindri. Non mancano le incursioni nel mondo dei veri fuoristrada: la Toyota Land Cruiser, recentemente aggiornata con un sistema mild hybrid a 48V, mantiene il suo 2.8 turbodiesel da 204 CV, pensato per affrontare qualsiasi terreno con una robustezza fuori dal comune e un prezzo che parte da circa 84.000 euro. Sul fronte dei motori piú prestazionali, il fiore all’occhiello rimane il 3.0 sei cilindri della Mercedes Classe S o della BMW X7, entrambi con potenze che possono superare i 350 CV, a testimonianza che il diesel di razza ha ancora un suo perché per chi cerca silenziosità, coppia e autonomia nei viaggi.

La resistenza del gasolio: una questione di numeri e di esigenze reali

Ma come si spiega questa resistenza? Se le nuove immatricolazioni languono, il mercato dell’usato prospera perché il diesel risponde ancora a esigenze concrete. Chi percorre piú di 20.000 chilometri l’anno, chi traina un rimorchio o chi semplicemente non vuole rinunciare all’autonomia dei lunghi viaggi senza soste per la ricarica, trova nel diesel un alleato insostituibile. I dati di gennaio 2026, seppur fotografando un mercato del nuovo dominato dalle ibride (al 52,1%), vedono il diesel attestarsi al 7,3% delle immatricolazioni, tallonato dalle elettriche pure al 6,6% e mostrando una tenuta superiore a quella di molte previsioni. Certo, il futuro appare segnato: la transizione è in atto e difficilmente invertirà la rotta. Eppure, il diesel sembra destinato a sopravvivere ancora a lungo in una nicchia precisa, fatta di professionisti della strada, viaggiatori e appassionati della meccanica solida. Una nicchia che, a giudicare dai numeri dell’usato, è tutto fuorché irrilevante.

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