Giuseppe Romele, bronzo nella 20km di fondo: «È stata un'agonia, vale più di un oro»
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Redazione Sport
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Ha attraversato il traguardo con il volto segnato dalla fatica, quello sguardo di chi ha dato tutto e forse anche qualcosa in più, Giuseppe Romele, nel giorno in cui la sua Paralimpiade di casa – quella di Milano Cortina 2026 – si è arricchita di un metallo che, per come è arrivato, pesa come non mai. Il bresciano di Pisogne, classe 1992, l’aveva detto senza troppi giri di parole, alla vigilia: non era venuto sulle nevi della Val di Fiemme per portarsi a casa medaglie di cioccolato, e chi lo conosce sa che quando apre bocca, di solito, i fatti gli danno ragione. Detto, fatto. Nella 20 km di sci di fondo, categoria sitting, Romele ha conquistato il bronzo, il secondo della sua carriera dopo quello di Pechino 2022, regalando all’Italia la quindicesima medaglia di questi Giochi. Una gara durissima, la long distance che lui predilige – e non a caso –, dove non basta la gamba (o il braccio, trattandosi di sit-ski) ma serve testa, tanto cuore e una gestione maniacale delle energie.
Il percorso di avvicinamento a questo podio, per la verità, non era stato semplice. Romele era arrivato all’ultima gara con un nono posto nella sprint e un quarto nella middle distance, la 10km, risultati che lasciavano intravedere la crescita ma non certo la certezza del colpo finale. E invece, come un diesel, nella distanza che più gli si addice, è venuto fuori il meglio. Al traguardo, con il tempo che lo poneva alle spalle del russo Ivan Golubkov, oro in 51 minuti e 55 secondi, e del cinese Mao Zhongwu, secondo, la stanchezza lasciava spazio a un’emozione viscerale. «È stata parecchio complicata la faccenda – ha raccontato a fine gara, con la sincerità di chi non cerca alibi – non riuscivo a svegliarmi, stavo bene fisicamente ma non mi sbloccavo. Dal terzo giro in poi continuavo a pensare che doveva arrivare, e poi all’ultimo giro qualcosa si è sbloccato».
Una vittoria, la sua, costruita sulla determinazione e su una tenacia che in molti, nel mondo dello sport paralimpico, conoscono bene. Perché Romele non è nuovo a certe imprese, anzi: la sua carriera è costellata di successi, dalle Coppe del Mondo ai due ori iridati nel 2023 a Ostersund, ma questa medaglia, arrivata in casa, davanti al pubblico amico, ha un sapore speciale. Lo ha ammesso lui stesso, con una schiettezza che non ammette fraintendimenti: «Una giornata che ricorderò per tutta la vita, molto probabilmente». Una dichiarazione d’amore verso uno sport che lo ha accolto e trasformato, dopo che una rara malattia congenita, l'ipoplasia femorale bilaterale, ne aveva condizionato lo sviluppo degli arti inferiori. Da lì, la scoperta del nuoto, poi il triathlon – che lo ha portato a sfiorare la qualificazione per Rio 2016 – e infine l’innamoramento per lo sci di fondo, grazie all’amico Christian Toninelli. Una polivalenza atletica che ne fa un caso quasi unico nel panorama azzurro.
Una gara vissuta in rimonta, tra cadute e sorpassi continui
La gara di ieri, sulla neve di Tesero, non è stata certo una passeggiata. Romele ha dovuto lottare contro un traffico incessante di avversari da superare – «ogni venti secondi c'era davanti uno da doppiare, un continuo salta fuori ed entra» – e contro le insidie del tracciato. Al quarto giro, in un frangente di gara, è caduto «come un cretino», per usare le sue parole, ma quel capitombolo, per sua stessa ammissione, non ha condizionato l'esito finale. Semmai, ha aggiunto ulteriore pepe a una prestazione già di per sé eroica. Una tenacia che non è passata inosservata, tanto da strappare un commento entusiasta anche dal ministro per lo Sport, Andrea Abodi, che su X ha voluto sottolineare come Romele abbia lottato e stretto i denti, cadendo e rialzandosi, dando fondo a ogni energia fisica, mentale e morale. Parole pesanti, quelle del ministro, che fotografano alla perfezione lo spirito di un atleta capace di spingere «fino all'ultimo centimetro di ventimila metri», dentro e fuori dai binari, su una neve difficile.
Il bronzo che arricchisce un medagliere da record
Con questo bronzo, il secondo per Romele in carriera dopo quello di Pechino 2022 nella 10km, l’Italia alle Paralimpiadi di Milano Cortina 2026 sale a quota 15 medaglie, un bottino che va ben oltre le più rosee aspettative. Un risultato corale, quello della squadra azzurra, che ha visto alternarsi sul podio campioni come Giacomo Bertagnolli, capace di chiudere con un poker di medaglie tra cui spicca l'oro nello slalom speciale, e Martina Vozza, purtroppo ai piedi del podio nella stessa disciplina per la categoria vision impaired. Ma la prestazione di Romele, nella sua lunga distanza, assume i contorni dell’impresa personale, perché arriva al termine di dieci giorni che lui stesso ha definito «i più complessi della mia carriera». Dieci giorni in cui sognare una medaglia in casa era diventato quasi un’ossessione, sin dai tempi di Pechino, e vederla realizzata, al traguardo, ripaga di ogni sacrificio.
Il valore di un metallo che va oltre la classifica
Alla fine, ciò che resta delle parole di Giuseppe Romele è un concetto semplice e potente: «Speriamo che dall'anno prossimo aumentino le gare a 30 chilometri, forse mi sveglio». Una battuta, la sua, che cela la voglia matta di mettersi ancora in gioco, di spostare più in là l’asticella, di dimostrare che la fatica, quando è ben spesa, regala soddisfazioni senza pari. Perché in questo bronzo, come ha sottolineato più di un osservatore, c'è anche il valore della polivalenza, quel suo essere passato dal triathlon di Parigi 2024 allo sci di fondo in pochi mesi, senza perdere un colpo. E allora sì, forse ha ragione lui quando dice che questa medaglia vale più di un oro: perché è il frutto di un'agonia vissuta e superata, metro dopo metro, curva dopo curva, sotto lo sguardo di un pubblico che, nel giorno della chiusura dei Giochi, gli ha regalato un'ovazione che difficilmente dimenticherà.




