La bomba del silenzio e la agonia di Narges Mohammadi, Nobel in cella
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Redazione Esteri
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Mentre il mondo fatica a districarsi tra le macerie del conflitto che ha sconvolto il Medio Oriente, una bomba ben più silenziosa – ma altrettanto letale – sta esplodendo all’interno delle carceri della Repubblica islamica dell’Iran. L’oggetto di questa detonazione inascoltata, che rischia di passare in secondo piano tra gli equilibri geopolitici post-bellici, è il Corpo esausto di Narges Mohammadi. La fisica, giornalista e attivista, insignita del Premio Nobel per la pace nel 2023, è ormai ridotta in fin di vita, tenuta artificialmente in bilico tra la cella di isolamento e un letto d’ospedale che, per decisione delle autorità di Teheran, rimane volutamente inadeguato.
La sua agonia, iniziata ufficialmente con un rapido peggioramento delle condizioni di salute già a marzo, è precipitata nei primi giorni di maggio quando, dopo una presunta crisi cardiaca e diversi episodi di perdita di coscienza, è stata trasferita d’urgenza in una struttura ospedaliera a Zanjan. È qui, nel nord-ovest del Paese, che si consuma quello che i suoi familiari e legali non esitano a definire un "lento omicidio". Sotto la stretta sorveglianza dei guardiani della rivoluzione, il nosocomio locale – sprovvisto delle attrezzature necessarie per gestire il suo quadro clinico complesso, che include una storia pregressa di embolia polmonare e interventi di angioplastica – è diventato il teatro di una tortura medica. Le sue condizioni, aggravate da un dimagrimento di oltre venti chili e da difficoltà respiratorie che le impediscono persino di parlare, testimoniano l’implacabile logica detentiva del regime. È una logica che usa il codice penale come un boomerang, colpendola ripetutamente con accuse di "propaganda contro lo stato" che sommano tredici fermi e condanne per un totale di trentuno anni di reclusione, gli ultimi dei quali scontati a partire dal dicembre scorso, dopo un’illusoria grazia concessa da Alì Khamenei.
Tra la vita e la morte, la battaglia legale dell’avvocato Ardakani
A lanciare l’allarme nel vecchio continente, rompendo quel "muro di gomma" che sembra avvolgere la sorte dei dissidenti iraniani, è stata l’avvocato francese Chirinne Ardakani. Nel corso di una conferenza stampa a Parigi, la legale – visibilmente scossa – ha rivelato un dato che suona come una sentenza: "Non ci siamo mai battuti solo per la libertà di Narges, adesso lottiamo affinché il suo cuore continui a battere". La sua denuncia pone l’accento su un aspetto grottesco della vicenda: nonostante il permesso di svolgere accertamenti diagnostici, il regime nega con ostinazione il trasferimento in una struttura specializzata a Teheran, dove i suoi medici di fiducia potrebbero intervenire. Questa interdizione ai viaggi della speranza, motivata solo dalla paranoia securitaria della dirigenza sciita, ha spinto il comitato norvegese per il Nobel e Reporter Senza Frontiere a chiedere interventi urgenti, timorosi che la prigioniera possa morire sotto gli occhi vigili dei secondini, trasformando l’ospedale nell’estensione della prigione di Evin.
Un’esistenza segnata dall’attivismo e dalla repressione statale
La storia di Narges Mohammadi, classe 1972, è un lungo calvario costellato di battaglie per i diritti civili, l’abolizione della pena di morte e, soprattutto, la fine della discriminazione istituzionalizzata contro le donne. È una lotta che lei ha pagato a caro prezzo, vivendo per un ventennio un estenuante "viavai" tra la libertà vigilata e le sbarre. Sebbene fosse stata graziata in passato, la sua ultima incarcerazione – avvenuta a dicembre dopo la partecipazione a una cerimonia funebre nell’Iran nord-orientale – ha assunto i contorni di una condanna a morte. Familiari e attivisti riferiscono che, già durante il fermo a Mashhad, la donna sia stata selvaggiamente picchiata; un trauma fisico che, unito al rifiuto delle autorità penitenziarie di fornirle le cure per la trombosi e la pressione instabile, ha creato la miscela esplosiva che oggi la sta uccidendo.
L’isolamento di una nazione e la complicità dell’indifferenza globale
Quanto sta accadendo a Narges Mohammadi non è un caso isolato, ma il sintomo di una strategia ben precisa orchestrata dalla Repubblica islamica. Nell’incertezza generata dal recente conflitto militare che ha visto Israele, appoggiato dall’amministrazione Trump, contrapposto alla coalizione iraniana, il regime di Teheran ha colto l’occasione per strangolare la dissidenza interna. I blackout totali di Internet e delle telecomunicazioni imposti durante le proteste di gennaio – che secondo l’opposizione avrebbero causato migliaia di vittime e arresti di massa – hanno di fatto isolato cittadini e attivisti, impedendo loro di documentare le violenze e di chiedere aiuto all’estero. In questo contesto, la sorte della premi Nobel diventa così un paradigma della brutalità residuale di un apparato che, per sopravvivere alle pressioni internazionali, ha scelto di eliminare fisicamente o mediaticamente le coscienze critiche. La sua detenzione, che lei stessa ha descritto come "tortura bianca", rappresenta l’ultimo, agghiacciante capitolo di una guerra che il mondo aveva smesso di guardare già prima ancora che finisse.




