La scalata a Generali, l'indagine della procura e il via libera di Consob che cambia i piani
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Lo scontro, condotto a colpi di dossier e comunicati stampa nelle stanze dei bottoni di Milano, si gioca su due piani distinti che appaiono sempre più paralleli e inconciliabili. Da un lato, la magistratura penale procede con le sue indagini, convinta che esista una strategia coordinata, una cosiddetta "fase 2", per prendere il controllo di una delle istituzioni finanziarie più solide del Paese. Dall'altro, l'autorità di vigilanza del mercato, dopo aver esaminato gli stessi movimenti, arriva a una conclusione diametralmente opposta, certificando l'assenza di accordi occulti. Questo dualismo, che contrappone giudici e regolatori, finisce per congelare le ambizioni degli scalatori, lasciando in una posizione di stallo la stessa compagnia di Trieste, mentre gli investitori si interrogano sulle mosse future.
La "fase 2" e il bersaglio della cassaforte d'Italia
Nei fascicoli degli investigatori, la definizione "fase 2" non è un'ipotesi astratta ma un obiettivo preciso, descritto nei minimi particolari: la conquista di Generali. Gli uomini al centro dell'inchiesta, Francesco Milleri per Delfin e Francesco Gaetano Caltagirone, con quote che insieme sfiorano il venti per cento del capitale, avrebbero puntato a consolidare la loro influenza sulla compagnia assicurativa, considerata un pilastro dell'economia nazionale. Il piano, stando alle ricostruzioni della procura, prevedeva di unire le forze con un altro attore chiave, il Monte dei Paschi di Siena, per acquisire una posizione dominante su Mediobanca, storico azionista di riferimento di Generali. Una manovra a tenaglia, dunque, che attraverso il controllo della banca d'affari di Piazzetta Cuccia avrebbe di fatto consegnato loro le chiavi della "cassaforte".
Il documento Consob che smentisce l'accusa di concerto
Contro questa tesi, costruita su intercettazioni e analisi di flussi finanziari, si è schierata con un atto formale la Consob. L'autorità, nel documento riservato del 15 settembre poi divulgato, ha scritto in modo esplicito che "non sussiste il patto occulto" tra i soci e "non sussiste il concerto" con i vertici di Mps per aggirare gli obblighi di offerta pubblica su Mediobanca. Una presa di posizione tecnica, fondata sull'esame delle stesse operazioni oggetto delle indagini penali, che tuttavia assume un valore giuridico e di mercato di primaria importanza. Quel foglio, peraltro già trasmesso agli inquirenti milanesi come parte del doveroso scambio informativo, rappresenta un punto fermo che gli investitori non possono ignorare, perché sancisce la regolarità formale delle operazioni sotto il profilo della vigilanza di Borsa.
Le conseguenze dello stallo sulle strategie aziendali
L'effetto immediato di questa divergenza di vedute tra organi dello Stato è un congelamento delle dinamiche societarie. La strategia degli scalatori, che puntava a tessere alleanze e a stringere i tempi, si trova oggi senza un percorso chiaro, in attesa degli sviluppi giudiziari che potrebbero richiedere mesi, se non anni. Allo stesso modo, la governance di Generali e di Mediobanca opera in un clima di incertezza, dove ogni decisione viene scrutata alla luce di due narrative pubbliche contrapposte: quella di un reato in via di accertamento e quella di un'operazione di mercato dichiarata legittima. Questo limbo, mentre le procure approfondiscono gli aspetti penali, rischia di distogliere risorse e attenzione dalla gestione ordinaria delle società, con ripercussioni sulla loro stabilità e sulle quotazioni in Borsa, in un momento economico già complesso a livello globale.




