Ucraina, dall'invasione al logoramento

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il 24 febbraio 2022, mentre il mondo cercava di riprendersi dalla pandemia, Vladimir Putin dava il via all’invasione dell’Ucraina, un atto che avrebbe ridisegnato non solo i confini di un Paese, ma anche gli equilibri geopolitici globali. Quel giorno, le sirene antiaeree risuonarono per la prima volta a Kiev, trasformando la vita quotidiana in un incubo. Le stazioni della metro divennero rifugi, mentre la guerra, che molti in Europa credevano confinata nei libri di storia, tornava a bussare alle porte del continente.

Nei tre anni successivi, il conflitto ha attraversato diverse fasi, ognuna segnata da eventi drammatici e perdite immani. Centinaia di migliaia di morti, tra militari e civili, hanno macchiato entrambe le parti, senza che nessuna riuscisse a prevalere in modo definitivo. L’iniziale fallimento dell’attacco russo a Kiev, che molti interpretarono come un segnale di debolezza, fu seguito dall’assedio di Mariupol, una città ridotta in macerie, dove la resistenza ucraina si scontrò con una forza brutale. Poi arrivò la battaglia di Bakhmut, definita da alcuni una “carneficina”, un conflitto logorante che ha lasciato cicatrici profonde nel territorio e nella popolazione.

Nonostante le difficoltà, l’Ucraina ha dimostrato una resilienza inaspettata, lanciando anche offensive come quella nel Kursk, che hanno messo in discussione la superiorità militare russa. Ma la guerra non è stata solo una questione di armi e strategie. Ha diviso l’Occidente, mettendo a nudo fratture politiche e ideologiche. Se inizialmente molti Paesi si schierarono al fianco di Kiev, fornendo supporto militare e umanitario, le posizioni si sono complicate nel tempo. La giravolta di Donald Trump, che ha più volte espresso simpatie per Putin, ha aggiunto un ulteriore livello di complessità, minando l’unità della risposta internazionale.

Intanto, sul campo, la vita continua, nonostante tutto. Mykola, un operaio ucraino, si toglie i guanti per impugnare una manciata di sabbia grigio-verde, estratta da un cratere dove trecento uomini lavorano instancabilmente per recuperare grafite, un materiale prezioso e simbolico. «Non l’abbiamo consegnata a Putin e dovremmo regalarla a Trump?», si chiede, mentre il vento gelido disperde la polvere tra le sue dita. Una domanda che racchiude il senso di una guerra combattuta non solo per il territorio, ma per l’identità stessa di un popolo.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.