Festa della Repubblica, tra i celluloni della polizia e la prima sfilata della penitenziaria

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Roma, Fori Imperiali. Per le celebrazioni dell’80esimo anniversario della Repubblica Italiana, una的数据 che merita attenzione non è solo la coreografia militare o il sorvolo delle Frecce Tricolori. È la composizione stessa dello schieramento a raccontare un cambiamento nel concetto di sicurezza. Per la prima volta nella storia della Rivista, alla Polizia di Stato è stato dedicato un settore esclusivo – e al centro di questo spazio, a rappresentare la forza "di tutti i giorni", c'erano loro: i Reparti mobili. Quindici reparti sparsi sul territorio, 5mila unità di cui 4.

500 operative pronte a muoversi in ventiquattr'ore. «Un grande orgoglio», lo definisce senza mezzi termini il dirigente superiore Fabio Abis, direttore del servizio Reparti speciali, nell'intervista rilasciata al Corriere della Sera. L'orgoglio, però, come vedremo, si scontra spesso con la realtà di chi, in piazza, diventa un bersaglio.

L’arte della pazienza: il mestiere difficile dei "celluloni"

Non chiamateli "cariche" istintive. Abis, che guida un servizio cruciale comprendente specialità che vanno dalla Polstrada agli artificieri, descrive un corpo altamente specializzato la cui arma principale è paradossalmente la resilienza. «Ad acquisire la capacità di essere resilienti, pazienti davanti alle peggiori provocazioni». Il suo ritratto dell’agente tipo sfata il luogo comune della rigidità: «Non sono muli senza emozioni, non hanno i paraocchi». Anzi, il loro compito è sviluppare un «atteggiamento empatico» con il manifestante o il tifoso.

Un approccio quasi sociologico che cerca la sintonia, ma che deve fare i conti con la violenza pura. Il bilancio del 2025 parla chiaro: rispetto all'anno precedente, si registra un aumento del 14,25% di agenti feriti durante il servizio. Numeri freddi per 449 uomini e donne costretti alle cure mediche, 72 dei quali (e non è un dettaglio marginale) durante eventi sportivi.

Lo scudo umano e il casco che si toglie

Ci sono immagini che restano impresse più di mille parole. Abis fa riferimento all’episodio di Torino dello scorso febbraio, quando un agente è rimasto in balìa dei teppisti. In quella circostanza, la risposta del reparto non è stata "repressiva" nel senso stretto del termine, bensì difensiva e corale. «Nessun collega, che è anche un amico, sarà mai lasciato da solo», sottolinea il dirigente, evidenziando quella che definisce la testimonianza più concreta dello spirito del corpo. E poi c'è il simbolo del casco, il famigerato "u-boot".

La rimozione di questo scudo non è un atto di resa, né una tattica per sminuire la tensione. «È la conseguenza di un ritorno alla normalità», chiarisce Abis, e non un modo per tornarci. Un incidentale fondamentale per capire che ogni gesto è codificato e mai lasciato all'iniziativa individuale, ma sempre disposto dal dirigente del servizio in base al livello reale di pericolo.

Il nuovo volto della sicurezza: la penitenziaria in prima linea

Se i Reparti mobili rappresentano lo scudo dinamico della vita cittadina, un'altra novità di questa edizione della Festa della Repubblica ha riguardato il braccio armato della giustizia. Per la prima volta, il Corpo di polizia penitenziaria ha sfilato in un settore interamente proprio, il decimo della Rivista militare. Un riconoscimento – sottolineano gli osservatori – al ruolo sempre più centrale svolto da questa articolazione nel sistema della sicurezza nazionale, un ruolo che va ben oltre la custodia dei detenuti.

«Una doppia emozione», racconta ai microfoni della stampa Carmela Finestra, dirigente del Corpo in servizio presso il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (DAP). «perché sono una donna e perché sono una donna a servizio dello Stato. Quindi significa sentirmi parte della democrazia, parte della garanzia, della legalità e della sicurezza per il Paese».

Una dichiarazione, la sua, che cala la celebrazione istituzionale in una dimensione profondamente umana e politica, quella della rappresentanza femminile in un comparto tradizionalmente maschile che conta oggi oltre 37mila unità.

Tecnologia e sacrificio, l’evoluzione silenziosa

Dietro la facciata della parata, c’è la routine dell’addestramento. Abis rivela che il reparto si sta ringiovanendo: c’è stato un necessario passaggio di consegne con le nuove leve, dove l’impostazione sportiva diventa un valore aggiunto per resistere a turni di dieci ore sotto stress. Per documentare l’operato e difendersi da eventuali accuse, l’arma tecnologica sono le bodycam, adottate da loro per primi perché «non abbiamo niente da nascondere».

A suggello di questa professionalità, il direttore cita l’episodio di Pescara del 9 maggio scorso, durante l'incontro di calcio di serie B: 800 tifosi cercavano di sfondare i cancelli. Nove agenti sono rimasti feriti, ma la situazione è stata gestita. Un episodio, quello di Pescara, che incarna perfettamente la duplice natura di questi reparti: vittime sacrificali della piazza e garanti dell’ordine, con una medaglia d'oro al valor civile sulla bandiera a dimostrare che, spesso, il "servizio" qui si paga a caro prezzo.

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