Morto a 15 anni dopo il sushi al vomero, il ristoratore è condannato

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si è chiuso a Napoli, con una sentenza che ha tracciato un confine netto tra responsabilità penale e assoluzione, il processo per la morte di Luca Piscopo, il giovane studente del liceo Pansini che perse la vita dopo nove giorni di agonia a seguito di un’intossicazione alimentare. Il giudice monocratico Giuliana Taglialatela ha inflitto due anni e sei mesi di reclusione al titolare, di origine cinese, del locale “all you can eat” a tema giapponese dove il ragazzo aveva consumato il pasto insieme ad alcune compagne, alcune delle quali, come emerso, lamentarono sintomi analoghi seppur non letali. In un distinto capo d’imputazione, la stessa corte ha invece disposto l’assoluzione per il medico di base che aveva in cura Luca durante quei giorni fatali, il quale, secondo quanto ricostruito dalle indagini e dalla famiglia, non si era mai recato a visitare personalmente il giovane a domicilio nonostante le sue condizioni via via più gravi.

Il pranzo e il precipitare delle condizioni

La vicenda, che ha tenuto con il fiato sospeso la città, affonda le radici in una serata apparentemente normale per un gruppo di adolescenti. Luca, studente modello, si era recato con quattro amiche in quel ristorante del Vomero che proponeva il sushi a consumo libero. Poche ore dopo, il manifestarsi del malore costrinse il ragazzo a letto, dando inizio a un calvario di sofferenze che si protrasse, senza miglioramenti, fino al tragico epilogo. Le indagini, concentratesi sulle dinamiche dell’intossicazione e sulla successiva gestione medica, hanno quindi dipanato un filo che legava il locale alla camera di un quindicenne, dove le sue condizioni divennero rapidamente irreversibili.

Le trame processuali e la valutazione del giudice

Nel dibattimento, l’accusa aveva sostenuto la tesi di una contaminazione degli alimenti serviti nel ristorante, indicandola come la causa diretta dell’avvelenamento che portò al decesso. Di contro, la difesa del titolare del locale aveva ovviamente cercato di smontare questo nesso causale. Il giudice Taglialatela, al termine dell’istruttoria, ha ritenuto di dover condannare l’imputato principale, riconoscendo nella gestione degli alimenti – o in quella della loro conservazione – la negligenza che scatenò la reazione fatale nell’organismo del giovane. Una negligenza che, benché involontaria, ha avuto conseguenze di una gravità incommensurabile. Per quanto riguarda il dottore, invece, il percorso giudiziario ha condotto a una piena assoluzione, segnando una distinzione netta tra il momento dell’intossicazione e la fase delle cure, seppure queste siano state oggetto di aspre critiche da parte dei familiari della vittima.

Il ricordo di Luca e il dopo sentenza

Oltre alle carte processuali e alle contestazioni giuridiche, resta il vuoto incolmabile lasciato dalla scomparsa di un ragazzo nel fiore degli anni, le cui ultime parole alla madre risuonano ancora, a distanza di tempo, come una ferita aperta. La sentenza, arrivata dopo un’attesa sofferta, rappresenta un punto fermo sotto il profilo giudiziario, chiudendo un capitolo doloroso senza però poter restituire ciò che è stato perduto. Il caso, per come si è sviluppato, ha anche riacceso riflessioni più ampie, sebbene non oggetto del processo, sulla sicurezza nella ristorazione e sui protocolli da seguire di fronte a sintomi che, pur comuni in superficie, possono celare un pericolo mortale.

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