La lunga agonia del bimbo dal cuore bruciato e quel nuovo organo che non può essere impiantato

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La speranza, si sa, è per definizione l’ultima a morire, ma nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Monaldi di Napoli, dove da quasi due mesi un bambino di due anni lotta tra la vita e la morte, anche quell’estremo appiglio sembra essersi trasformato in una trappola di dolore e burocrazia clinica. Nella serata di ieri, la notizia dell’arrivo di un nuovo cuore, un organo compatibile e potenzialmente salvifico, aveva fatto il giro d’Italia, riaccendendo i riflettori su una vicenda che aveva già scosso le coscienze: quella del piccolo Domenico – nome di fantasia utilizzato per tutelarne la privacy – a cui il 23 dicembre scorso era stato trapiantato un cuore danneggiato, di fatto “bruciato” dalle temperature polari di un trasporto sciagurato -8. Oggi, però, quella flebile luce si è spenta quasi subito. Una task force di luminari provenienti dai più importanti centri di cardiochirurgia pediatrica del Paese – dall’ospedale Bambino Gesù di Roma al Regina Margherita di Torino, passando per Padova e Bergamo – è stata convocata al capezzale del piccolo per un consulto multispecialistico, e il verdetto, al momento in cui si scrive, sembra già scritto nella relazione che arriva da Roma -7-10.

L’altalena emotiva che ha travolto la famiglia, e in particolare la madre Patrizia, è fatta di picchi improvvisi e di crolli verticali. Solo poche settimane fa, infatti, erano stati proprio i sanitari del Bambino Gesù a esprimere un parere pesantissimo, definendo il piccolo “non più trapiantabile” a causa delle condizioni critiche in cui versa e delle complicazioni insorte dopo il primo, fallimentare intervento -4-6. Il Monaldi, invece, in una sorta di braccio di ferro tecnico-scientifico che aggiunge ulteriore angoscia a una vicenda già di per sé straziante, ha sempre sostenuto la tesi opposta, mantenendo il bambino in lista d’attesa nazionale e dichiarando pubblicamente che, a parere del medico responsabile, le condizioni – seppur di una gravità assoluta – potevano ancora considerarsi stabili per un secondo tentativo -9. Una divergenza, questa, che appare non solo come un semplice contrasto tra scuole di pensiero, ma come il riflesso di un caos gestionale e procedurale su cui ora indagano ben due Procure, quella di Napoli e quella di Bolzano.

Perché il cuore che avrebbe dovuto salvare una vita è arrivato a destinazione già compromesso? Il fascicolo aperto dal procuratore Nicola Gratteri e dal suo team ipotizza, al momento, il reato di lesioni colpose gravissime a carico di sei professionisti – chirurghi, medici e paramedici – che hanno preso parte alle diverse fasi della vicenda: dall’espianto sul piccolo donatore altoatesino al confezionamento dell’organo, fino al trasporto e all’impianto -1. Ma il quadro che emerge dalle testimonianze e dai primi sequestri, in particolare quello del contenitore termico utilizzato per il viaggio dell’organo, è a dir poco sconcertante -3. Sembra, infatti, che l’équipe partita da Napoli non fosse in possesso di un box tecnologico di ultima generazione, in grado di monitorare costantemente la temperatura interna; al suo posto, stando a quanto ricostruito, sarebbe stato utilizzato un comune contenitore di plastica rigida, del tipo che si usa per tenere fresche le bibite, un oggetto ritenuto ormai anacronistico e certamente fuori dalle linee guida che regolano un settore delicatissimo come la trapiantologia -5-8.

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