Guerra in Iran, la strategia di Trump tra minacce e nuovi contingenti nel Golfo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’amministrazione guidata da Donald Trump – che è tornato alla Casa Bianca e ora guida la risposta americana nella crisi con Teheran – ha alzato ulteriormente la posta in gioco, ventilando l’ipotesi di un’operazione anfibia per impadronirsi dell’isola di Kharg, il terminale attraverso cui passa la quasi totalità delle esportazioni petrolifere iraniane. In un'intervista al Financial Times, il presidente ha dichiarato senza mezzi termini che “forse prendiamo l’isola di Kharg, forse no”, sottolineando che le opzioni sul tavolo sono molteplici, anche se un simile movimento – come osservano gli analisti – richiederebbe prima il controllo dello Stretto di Hormuz e esporrebbe le truppe statunitensi a un fuoco intenso dalla terraferma. Il tycoon, che ha definito “grandi” i progressi nelle discussioni con il “nuovo regime di Teheran”, ha però aggiunto un avvertimento chiaro: se non si raggiungerà un accordo a breve, le forze americane “cancelleranno completamente” gli impianti di generazione elettrica, i pozzi petroliferi e l’isola di Kharg, devastando le infrastrutture civili che garantiscono l’acqua potabile attraverso i dissalatori.

La smentita di Teheran e l’attrito con i colpi del Golfo

Dall’altra parte, il ministero degli Esteri iraniano ha prontamente smentito l’esistenza di veri negoziati, precisando che gli Stati Uniti hanno trasmesso una lista di 15 richieste – giudicate “eccessive, irrealistiche e irrazionali” – ma che non c’è stato alcun confronto diretto. Questa dicotomia tra la narrativa ottimistica di Washington e la realtà sul terreno alimenta la confusione, mentre i Marines continuano ad affluire nella regione; i primi contingenti sono attesi in prossimità delle coste iraniane già entro la fine della settimana. I Guardiani della Rivoluzione, nel frattempo, hanno messo in atto una strategia di logoramento che i numeri rendono evidente: dall’inizio delle ostilità, Teheran ha lanciato contro i regni del Golfo e la Giordania 5.609 «proiettili», un conto che include 4.422 droni kamikaze e 1.187 missili balistici. L’attacco più recente ha colpito una centrale elettrica e un impianto di dissalazione in Kuwait, causando la morte di un opera e ferendo dieci soldati, dimostrando come nessuna infrastruttura dei vicini arabi sia ormai più al sicuro.

Il bivio delle monarchie sunnite e la fine della cautela iniziale

Quando il conflitto è iniziato – un mese fa, con i raid congiunti di Israele e Stati Uniti – i paesi del Golfo erano estremamente contrari a un’escalation, temendo ritorsioni che avrebbero messo in ginocchio i loro modelli economici. E proprio questo timore si è puntualmente avverato, con i razzi che hanno sorvolato i cieli di Dubai e le difese saudite costantemente in allerta. Tuttavia, paradossalmente, oggi che Trump sta cercando di avviare un negoziato (pur accumulando soldati e mezzi), sono proprio gli stessi alleati arabi a essere i più restii a vedere la guerra terminare in fretta. L’Emirati Arabi Uniti, che un tempo si presentavano come un’oasi di stabilità, chiedono ora garanzie ferree e, nelle parole di una ministra di Stato, non accettano più che “un regime che lancia missili su case civili” possa essere considerato un attore accettabile nel panorama regionale. La frattura tra chi vorrebbe punire l’Iran e chi invece spinge per un dialogo immediato spacca il fronte sunnita, mentre il bilancio dei morti continua a salire.

Il prezzo del conflitto e la tensione sul campo

Oltre ai teatri principali, la guerra si allarga a macchia d’olio: in Libano, dove Israele combatte Hezbollah, è salito a tre il numero dei caschi blu uccisi, con l’ultimo episodio che ha visto un soldato indonesiano perdere la vita a causa dell’esplosione di un proiettile. Intanto la Spagna ha imposto il divieto di sorvolo a qualsiasi velivolo impegnato nel conflitto, un segnale delle crescenti ripercussioni diplomatiche anche in Europa. Sul fronte economico, il prezzo del petrolio Brent ha subito un’impennata vicina al 60%, scambiando intorno ai 115 dollari al barile, a causa della morsa iraniana sullo Stretto di Hormuz – un passaggio vitale per un quinto del greggio mondiale. Mentre le diplomazie parallele (sponsorizzate dal Pakistan) tentano di trovare una via d’uscita, l’arrivo imminente dei marines americani nei pressi dell’Iran suggerisce che la fase delle semplici minacce potrebbe lasciare presto il posto a un’operazione di terra, a dispetto delle rassicurazioni verbali sui presunti progressi nei negoziati.

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