Contro Cuba, la strategia di Trump dopo il Venezuela

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La nuova strategia americana per l'America latina, dopo l'intervento militare che ha portato alla cattura dell'ex leader venezuelano, si concentra ora sulla più grande isola dei Caraibi. Il presidente Donald Trump, annunciando la fine dei flussi di petrolio e denaro che da Caracas sostenevano L'Avana, ha lanciato un ultimatum al governo cubano, esortandolo a trattare. “Fate un accordo prima che sia troppo tardi”, ha dichiarato il tycoon, ribadendo che praticamente tutte le misure per esercitare una pressione economica sull'isola sono già operative. Una posizione, questa, che non lascia spazio ad ambiguità e che segna una netta accelerazione rispetto alle politiche dei precedenti mandati, indicando una volontà di risolvere rapidamente quella che viene considerata l'ultima “anomalia” socialista nell'emisfero occidentale.

La risposta cubana e la chiusura del dialogo

Da parte sua, L'Avana ha risposto con uguale fermezza, chiudendo ogni spazio a negoziati politici con Washington. Il leader Miguel Díaz-Canel, respingendo l'ultimatum, ha dichiarato che il popolo cubano si difenderà “fino all'ultima goccia di sangue”, limitando i contatti con gli Stati Uniti alla sfera puramente tecnica, come la gestione dei flussi migratori. Una scelta, questa, che va oltre la semplice replica diplomatica e che assume un significato politico profondo: Cuba interpreta infatti le mosse statunitensi, dall'operazione in Venezuela alla pressione attuale, come un messaggio di forza diretto a tutti i paesi dell'area, un tentativo di riaffermare una sfera d'influenza attraverso quella che può essere definita una tattica del “rompi e prendi i pezzi”. Di conseguenza, ogni apertura verrebbe letta come un segno di debolezza inaccettabile in un momento di così alta tensione.

L'intervento di Pechino e lo scenario internazionale

In questo braccio di ferro, che rievoca le pagine più tese della guerra fredda, si inserisce con forza la voce della Cina. Pechino, in una dichiarazione ufficiale di pochi giorni fa, ha esortato gli Stati Uniti a “fermare immediatamente il blocco e le sanzioni coercitive contro Cuba”. Un intervento che, se da un lato rafforza diplomaticamente la posizione dell'isola, offrendole un appoggio internazionale di peso, dall'altro complica notevolmente il quadro per Washington, inserendo la partita caraibica nel più ampio e complesso gioco delle rivalità geopolitiche globali. La Cina, infatti, con questo passo, non si limita a difendere un alleato storico, ma contesta apertamente il diritto degli Stati Uniti di dettare unilateralmente le regole nelle sue tradizionali aree d'influenza, proponendosi come potenza alternativa e garante di un diverso ordine internazionale.

Le implicazioni per il futuro prossimo

Lo scontro, pertanto, si sta rapidamente spostando da un piano bilaterale a uno scenario multipolare, dove le decisioni di L'Avana e Washington sono osservate e condizionate da altri attori chiave. La dipendenza economica di Cuba, privata del sostegno venezuelano, potrebbe spingerla a cercare un riavvicinamento ancora più stretto con Pechino, o forse con Mosca, per far fronte all'inasprimento dell'embargo. D'altronde, la strategia di Trump, che punta a un rapido cedimento del regime attraverso la stretta economica, dovrà ora fare i conti non solo con la resilienza storica del governo cubano, ma anche con la capacità di altri stati di fornire una rete di sicurezza, vanificando l'effetto delle sanzioni. Un calcolo strategico che, in assenza di un dialogo diretto, rischia di prolungare indefinitamente una crisi i cui costi umani ed economici ricadono in primo luogo sulla popolazione dell'isola, già stremata da decenni di restrizioni.

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