Il miracolo di Federica Brignone e il record di medaglie: l’Italia si scopre potenza invernale a Milano Cortina 2026

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Sono bastate due settimane, quelle appena trascorse tra le montagne e le piste del Nord Italia, per riscrivere la storia dello sport azzurro e per regalare al Paese un’immagine di sé vincente e organizzata, lontana anni luce dai timori e dalle critiche che avevano accompagnato la vigilia dei Giochi. La cerimonia di chiusura all’Arena di Verona, suggestiva e carica di significato, ha calato il sipario su un’edizione delle Olimpiadi invernali che, al di là di ogni più rosea aspettativa, ha visto l’Italia protagonista assoluta, con un bottino di medaglie che ha del clamoroso. Il medagliere tricolore, alla fine di questa avventura, parla chiaro: trenta volte sul podio, con dieci medaglie del metallo più pregiato, un risultato che ha polverizzato il precedente record di Lillehammer 1994 e che proietta la spedizione azzurra al quarto posto nella classifica per nazioni, dietro ai due colossi inarrivabili, Norvegia e Stati Uniti, e alla Germania. Un risultato, va detto, che solo i più incalliti ottimisti avrebbero osato pronosticare alla vigilia, considerando i costi e le difficoltà organizzative di una manifestazione diffusa su un territorio vastissimo, che invece è filata via con la precisione di un cronometro svizzero -3-10.

Al centro di questo trionfo collettivo, che ha visto l’andare a medaglia in ben dieci discipline diverse, dalla sorprendente valanga di podi dello slittino alle conferme nel pattinaggio di velocità, svetta la figura di Federica Brignone. La sciatrice valdostana, classe 1990, ha firmato un’impresa che trascende i confini dello sport per entrare di diritto nella leggenda olimpica e nella memoria collettiva di tutti gli italiani. Quello che Brignone è riuscita a compiere sull’Olympia delle Tofane, la pista di Cortina che conosce come le sue tasche, è qualcosa che va oltre la doppietta d’oro in supergigante e slalom gigante. È la storia di una rinascita, di una risalita dall’abisso, che ha il suo prologo in quel maledetto 3 aprile 2025, quando in Val di Fassa, durante i Campionati Italiani, il suo ginocchio sinistro cedette in una curva, riportando una diagnosi terrificante: frattura scomposta del piatto tibiale e della testa del perone, con rottura del crociato. Un infortunio che, come ebbe a dirle il fratello e allenatore Davide, a certe persone costa la carriera o, quantomeno, le relega a gareggiare in categorie paralimpiche -5-7. Invece, a distanza di appena dieci mesi e dopo due interventi chirurgici, Federica non solo era al cancelletto di partenza dei Giochi di casa, ma li dominava.

Il doppio sigillo della tigre e il trionfo delle azzurre

La sequenza di eventi che ha portato Brignone a raccogliere l’oro nel supergigante, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e poi a bissare il Titolo nel gigante, è stata accompagnata da immagini destinate a rimanere impresse. Su tutte, quella delle avversarie scese con lei sul podio del gigante, la svedese Sara Hector e la norvegese Thea Louise Stjernesund, che si sono inchinate davanti a lei, un gesto di riverenza spontaneo e leale che certificava la superiorità tecnica e morale di una campionessa capace di piegare il destino alla propria volontà -3-10. Una superiorità, quella della Brignone, che ha saputo fondere la potenza alla grazia, la determinazione alla tecnica, trasformando la pressione di un’Olimpiade di casa nel trampolino per la propria apoteosi sportiva. Non era sola, però, Federica, in questa cavalcata di medaglie al femminile che ha contraddistinto i Giochi di Milano Cortina. Con lei, a formare un trio d’oro dello sport italiano, ci hanno pensato Francesca Lollobrigida e Arianna Fontana.

La "Lollo", come è stata ribattezzata, ha letteralmente incantato sul ghiaccio dell’Arena di Rho, regalando all’Italia due ori memorabili nei 3000 e nei 5000 metri del pattinaggio di velocità. La prima delle due medaglie d’oro, arrivata nel giorno del suo trentacinquesimo compleanno con annesso record olimpico, è stata impreziosita dall’immagine della festa con il piccolo Tommaso, il figlio di due anni e mezzo, in braccio, mentre giocherellava con la medaglia al collo della mamma. Una scena di normalità e di gioia pura che ha fatto il giro del mondo, raccontando meglio di qualsiasi intervista la duplice anima di un’atleta capace di conciliare la maternità con i sacrifici e la solitudine dell’allenamento di altissimo livello, tornando competitiva dopo un periodo difficile segnato da un virus che ne aveva minato la preparazione -3-10. Dall’altra parte del palazzetto, nello short track, regnava incontrastata Arianna Fontana. La fuoriclasse di Sondrio, alla sua sesta partecipazione olimpica consecutiva, ha aggiunto altre tre medaglie alla sua bacheca personale, un oro nella staffetta mista e due argenti, diventando così l’atleta italiana più medagliata di sempre, con quattordici podi in carriera, superando leggende come Edoardo Mangiarotti e Stefania Belmondo. Un primato che suggella una carriera costellata di successi, ma anche di litigi e rinascite, che l’hanno portata a gareggiare fino ai 36 anni con la stessa fame agonistica dell’esordio -3-10.

Lo slittino da record e le emozioni dello ski cross

Se il pattinaggio e lo sci alpino hanno fornito il grosso delle soddisfazioni, ci sono state discipline minori che hanno saputo regalare emozioni altrettanto intense, contribuendo in maniera decisiva al superamento del tetto delle trenta medaglie. Lo slittino, seguito con passione in Trentino-Alto Adige ma spesso ai margini del racconto sportivo nazionale, è esploso in tutta la sua potenza in una serata magica a Cortina, quando in meno di un’ora sono arrivate due medaglie d’oro, nel doppio femminile con Andrea Voetter e Marion Oberhofer e in quello maschile con Emanuel Rieder e Simon Kainzwaldner. Una doppietta che ha riportato alla mente, per intensità, quella di Tamberi e Jacobs a Tokyo, se possibile ancora più sorprendente vista la tradizione e la forza delle rivali tedesche. A questi ori si sono aggiunti il bronzo di Dominik Fischnaller nel singolo e quello nella staffetta a squadre, a certificare un lavoro di squadra eccellente, portato avanti con pochi mezzi e tanta passione, sotto la supervisione del leggendario Armin Zöggeler -9-10.

E poi c’è la storia, commovente e romantica, che arriva dalla neve di Livigno, dove si è disputata la gara di ski cross. Simone Deromedis, il favorito di casa, ha vinto l’oro con una prova di forza, dominando dalle batterie iniziali fino alla finale. Alle sue spalle, però, a tagliare il traguardo in seconda posizione, c’era l’amico e compagno di squadra Federico Tomasoni. Una doppietta azzurra che sa di impresa storica per una disciplina che raramente aveva regalato simili soddisfazioni. Ma la vera essenza di quel momento è racchiusa nella dedica di Tomasoni, che sul casco aveva impresso il simbolo del sole stilizzato in ricordo di Matilde Lorenzi, la sua fidanzata, giovane promessa dello sci scomparsa tragicamente nel 2024. L’argento al collo e il pensiero a chi non c’è più hanno reso quel podio un momento di altissima intensità emotiva, capace di andare oltre la semplice cronaca sportiva, ricordando a tutti che la linea sottile tra la gloria e la tragedia, nello sport come nella vita, è sempre sottilissima -3-9-10.

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