Il blitz della marina israeliana al largo di Creta ferma la flottiglia umanitaria diretta a Gaza
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Redazione Interno
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Nessuna nebbia a nascondere l’orizzonte, quella notte. Solo il mare scuro e il riverbero improvviso dei fari accesi contro gli scafi. A settanta miglia da Creta, in acque internazionali – su cui Atene esercita formalmente la propria giurisdizione – la marina militare israeliana ha intercettato e bloccato la Global Sumud Flotilla, la trentasettesima missione navale organizzata per infrangere, nei fatti, l’assedio alla Striscia di Gaza e consegnare aiuti umanitari via mare.
Un video che mostra le mani alzate e l’assalto notturno
Le sequenze, diffuse dagli stessi attivisti, restituiscono immagini concitate a bordo di una delle imbarcazioni: luci puntate dritte contro i visi, grida di comando in ebraico e inglese, poi le mani che si alzano in segno di resa. Non c’è violenza esplicita nelle inquadrature – eppure la tensione sembra intagliare ogni fotogramma. I militari israeliani, dopo aver intimato via radio ai partecipanti di cambiare rotta – «se desiderate consegnare aiuti a Gaza, potete farlo attraverso i canali stabiliti e riconosciuti, vi preghiamo di tornare al porto di origine» – sono passati all’azione diretta. Il blitz, rivendicato dalle autorità dello Stato ebraico, ha così messo fine alla traversata prima ancora che la flottiglia potesse avvicinarsi alle coste di Gaza.
Cinquanta navi intercettate, quattrocento arresti dichiarati
Secondo i dati forniti dalla Marina di Tel Aviv, sarebbero state sequestrate circa cinquanta imbarcazioni – un numero che, va detto, non coincide del tutto con quello pubblicato in tempo reale dal tracker nautico accessibile sul sito degli attivisti della Global Sumud. Da quel monitoraggio, aggiornato alle 4:23 del mattino, risultavano intercettate ventidue navi a ovest di Creta, mentre altre trentasei risultavano ancora «in navigazione». La stessa fonte, in una rilevazione successiva, parlava comunque di un’operazione estesa. A bordo dei natanti fermati si trovavano quattrocento persone, che la marina israeliana considera ormai in stato di arresto. «Civili rapiti», hanno invece denunciato i portavoce della flottiglia, usando il termine «pirateria» per definire l’intervento in acque internazionali.
Le reazioni diplomatiche e il ruolo della Grecia
La Farnesina, attraverso i canali consolari, ha chiesto chiarimenti a Tel Aviv sulla sorte dei cittadini italiani che potrebbero trovarsi tra i partecipanti – un aspetto, quest’ultimo, ancora da verificare nei dettagli anagrafici. Sul piano giuridico, la posizione della flottiglia è delicata: pur navigando in acque dove la Grecia ha competenza di ricerca e salvataggio, Israele ha rivendicato il diritto di intervenire sostenendo che il destino dichiarato delle navi – rompere l’assedio a Gaza – rappresenterebbe una violazione delle normative sulla sicurezza marittima. Nessuna dichiarazione ufficiale, invece, è giunta per ora dal governo greco, le cui autorità portuali sono state informate dell’accaduto solo a operazione in corso.
A bordo non solo aiuti, ma una lunga storia di sfide navali
La Global Sumud Flotilla non è un caso isolato. Si tratta della trentasettesima missione di questo tipo, erede di una tradizione di attivismo navale che ha visto negli anni precedenti episodi celebri – e talvolta tragici – come quello della Mavi Marmara nel 2010. Stavolta, però, la rotta è stata interrotta molto prima di arrivare in vista delle coste di Gaza: le motovedette hanno agito a centinaia di chilometri da Israele, un dato che gli organizzatori utilizzano per sostenere la tesi dell’illegittimità dell’arresto in acque internazionali. Dalla parte opposta, i vertici militari israeliani hanno fatto sapere di aver informato ogni persona a bordo della propria condizione formale di fermo, senza però aggiungere dettagli sui luoghi di detenzione o sulle procedure che seguiranno.




