La marina israeliana abborda la Sumud Flotilla in acque internazionali al largo di Creta
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Redazione Interno
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È accaduto nel cuore della notte, quando il Mediterraneo diventa una distesa opaca e silenziosa, ma i riflettori – quelli veri, dei militari – hanno squarciato l’oscurità a centinaia di miglia da qualsiasi costa israeliana. La marina militare ha intercettato le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla in acque internazionali, un'operazione condotta al largo dell'isola di Creta che ha trasformato un viaggio umanitario in un abbordaggio ad alta tensione. Gli attivisti, che si dirigevano verso la Striscia di Gaza con l’obiettivo dichiarato di forzare il blocco navale imposto da Israele, hanno riferito di un avvicinamento massiccio: navi da guerra, fregate e persino droni hanno circondato i natanti, mentre le comunicazioni radio venivano progressivamente disturbate, cancellando ogni contatto con l’esterno. Secondo le ricostruzioni fornite dagli organizzatori e le conferenze giunte da fonti della sicurezza di Tel Aviv, l’assalto alla flottiglia è scattato quando questa si trovava ancora in prossimità delle coste greche, una circostanza che solleva più di un interrogativo sulla legittimità di un intervento così lontano dai confini dichiarati dello Stato ebraico.
L’intercettazione nel buio e le accuse di pirateria internazionale
Non è stato un semplice controllo, a giudicare dalle testimonianze dei superstiti di quel blitz. Le navi da guerra israeliane hanno affiancato i mezzi della spedizione – tra cui diverse imbarcazioni battenti bandiera italiana – ordinando agli equipaggi di radunarsi a prua e mettersi in ginocchio, tra il puntamento di laser e armi d’assalto semiautomatiche. La flottiglia, che aveva alzato i timoni domenica scorsa da Porto Augusta in Sicilia, si trovava al quarto giorno di navigazione quando le radio hanno iniziato a emettere solo scariche di vuoto, un silenzio innaturale rotto dall’avvistamento di motoscafi militari. In una nota, la stessa Global Sumud Flotilla ha parlato senza mezzi termini di “pirateria internazionale”, sottolineando che il sequestro di civili in alto mare, a oltre 960 chilometri da Gaza, rappresenta una pericolosa escalation. Delle circa sessanta imbarcazioni che componevano la missione, fonti israeliane citate dai media ebraici hanno dichiarato di averne già sequestrate sette, descrivendo questa come l’operazione più lontana dalle proprie acque territoriali mai tentata dalla marina per fermare le flottiglie dirette nell’enclave.
Il medico italiano e le motivazioni dietro la missione
Tra i partecipanti, spicca la determinazione dell’anestesista in pensione, un uomo di 78 anni che non ha voluto rivelare il porto di partenza se non a ridosso della missione. “Non posso stare fermo”, ha dichiarato prima di salpare, esprimendo il desiderio di portare aiuti umanitari e assistenza medica in un territorio devastato da oltre due anni di guerra e carestia. La sua posizione è chiara: sostiene di essere stato sempre pro Palestina, rifiutando la narrazione che riconduce la crisi attuale solo agli eventi del 7 ottobre 2023. La sua barca, la Bianca, è stata tra le prime a essere avvicinate, un destino comune a molte delle imbarcazioni italiane che hanno sfidato l’assedio.
La reazione diplomatica e la contestazione del diritto internazionale
L’eco dell’abbordaggio ha raggiunto immediatamente la Farnesina, dove il ministero degli Esteri ha attivato l’Unità di Crisi per seguire la sorte dei cittadini italiani coinvolti, chiedendo informazioni sia alle autorità israeliane che a quelle greche. La circostanza che l’intercettazione sia avvenuta in acque internazionali, lontano dalla sovranità territoriale israeliana, alimenta le polemiche: gli organizzatori denunciano una violazione sistematica delle convenzioni marittime, mentre da Tel Aviv si ribadisce che le ragioni di sicurezza prevalgono, contestando la natura prettamente umanitaria della spedizione. Questa non è la prima volta che una flottiglia tenta di forzare il blocco imposto dal 2007, ma è raro che il braccio di ferro si consumi così vicino ai lidi europei e con tale dispiegamento di forze in mare aperto.




