Venezuela e Iran, le crisi petrolifere che condizionano la geopolitica

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Le crisi in Venezuela e in Iran, che pure nascono da contesti storici e sociali profondamente diversi, appaiono sempre più come due facce della stessa medaglia, legate indissolubilmente dalla questione energetica. L'azione dell'amministrazione Trump, la quale ha riportato al centro della scena internazionale una logica di pressione massima su entrambi i regimi, non può essere compresa appieno se si prescinde dall'elemento petrolifero. È proprio il greggio, infatti, il fattore che trasforma queste due situazioni interne in nodi strategici di portata globale, coinvolgendo direttamente gli equilibri di un asse anti-occidentale che, oltre a Caracas e Teheran, include Mosca e Pechino. Se da un lato si mina la stabilità di un paese che possiede le maggiori riserve accertate al mondo, dall'altro si cerca di azzerare le esportazioni di un protagonista storico del mercato, in un duplice tentativo di riconfigurare le mappe dell'approvvigionamento e dell'influenza.

Il peso strategico delle riserve venezuelane

La paradossale condizione del Venezuela, un paese ricchissimo di risorse ma piegato da una crisi umanitaria senza precedenti, trova una delle sue spiegazioni proprio nella geologia. Sotto un territorio che, per estensione, rappresenta una frazione minima del globo, si stima giaccia circa un quinto di tutto il petrolio convenzionale ancora non estratto sul pianeta. Questa abbondanza, che dovrebbe essere un motore di sviluppo, si è invece trasformata in una maledizione, rendendo il paese un campo di battaglia per procura. Il controllo di quelle riserve, o quantomeno il negarne l'accesso a potenze rivali, costituisce un obiettivo strategico di primo ordine, influenzando le alleanze e le azioni di attori internazionali, i quali calibrano le proprie mosse anche in base alla posta in gioco energetica.

L'Europa e il dilemma della sicurezza energetica

Le tensioni su questi due fronti petroliferi pongono interrogativi cruciali per l'Unione Europea, la cui difesa e sicurezza economica sono strettamente intrecciate alla stabilità degli approvvigionamenti. Il dibattito sul potenziamento delle capacità di difesa comune, come delineato nel libro bianco della Commissione, sconta infatti il tallone d'Achille energetico. Una politica estera e di sicurezza più autonoma, che per alcuni versi sembra allontanarsi dal modello NATO, rischia di generare non solo attriti con Washington ma anche di aumentare la vulnerabilità del continente, esposto a fluttuazioni dei prezzi e a possibili ricatti. La dipendenza da fonti esterne, in uno scenario di accesa competizione per le risorse, rimane un problema strutturale e serio, che limita di fatto la libertà d'azione e impone scelte delicate tra sicurezza energetica e coesione atlantica.

La transizione energetica e il mito della fine dei conflitti

C'è poi una narrazione, diffusa nel discorso pubblico sulla transizione ecologica, che merita di essere esaminata con scetticismo: l'idea che l'abbandono dei fossili porterà con sé, quasi automaticamente, un'era di minori conflitti per l'energia. Questa visione, per quanto moralmente confortante, rivela una sostanziale fragilità analitica. Il potere connesso all'energia, infatti, non si dissolve semplicemente cambiando le fonti; piuttosto, si trasforma e si ridistribuisce lungo nuove catene del valore, che vanno dalle terre rare per le batterie alle tecnologie per le rinnovabili. La competizione geopolitica del XXI secolo, di cui le crisi in Venezuela e Iran sono un capitolo attuale, continuerà dunque a ruotare intorno al controllo di risorse critiche, fossili o verdi che siano, rendendo la partita ancor più complessa e sfaccettata.

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