La lunga offensiva di Kiev: droni su San Pietroburgo e il fronte diplomatico si riaccende a Londra

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre il gotha degli affari internazionali si riuniva a San Pietroburgo per il Forum economico internazionale, la "Davos russa" tanto cara al Cremlino per mostrare al mondo la resilienza del Paese nonostante le sanzioni, il cielo della città è stato squarciato da una minaccia che Vladimir Putin non può più confinare ai soliti fronti orientali.

Ottantasei droni, secondo quanto riportato da fonti ucraine e parzialmente confermato dalle autorità locali, sono stati lanciati contro la metropoli baltica e i suoi dintorni, un attacco coordinato che ha preso di mira non solo il terminal petrolifero della zona, fondamentale per la logistica bellica russa, ma anche obiettivi militari simbolici come la base navale di Kronstadt. In quello che è a tutti gli effetti un’escalation significativa della capacità operativa ucraina, considerando la distanza di circa 1.100 chilometri dal confine, Kiev ha mandato un segnale chiaro e inequivocabile: nessuna retrovia è più al sicuro se la guerra non avrà una conclusione negoziata.

La risposta al rifiuto del Cremlino e lo stallo nelle trattative

Questa offensiva a lungo raggio, che ha causato la momentanea chiusura dell’aeroporto di Pulkovo e gettato un’ombra lugubre sulla kermesse economica, arriva a poche ore di distanza da un netto rifiuto diplomatico. Volodymyr Zelensky, in una lunga lettera aperta indirizzata a Putin, aveva rinnovato la proposta di un faccia a faccia per porre fine al conflitto, offrendo persino un cessate il fuoco completo per la durata dei negoziati.

La risposta del leader del Cremlino, filtrata attraverso il portavoce Dmitry Peskov, è stata gelida: se Zelensky vuole parlare, può venire a Mosca, ma senza alcuna garanzia di tregua o di risultato. È quindi in questo vuoto diplomatico che si inserisce la strategia della forza: il presidente ucraino ha rivendicato gli attacchi quasi come fossero "sanzioni" sul campo, dimostrando che se lo Zar non intende trattare, l’Ucraina ha i mezzi per rendere la guerra palpabile anche nelle strade della città natale di Putin.

L’ombra sui civili e l’attacco al treno Mosca-Simferopol

Parallelamente a queste incursioni contro infrastrutture energetiche e militari, la cronaca registra episodi più oscuri che riguardano direttamente la popolazione civile, spesso vittima innocente di questa logica di reciproca rappresaglia. Un attacco con drone ha infatti colpito la locomotiva di un treno passeggeri che percorreva la tratta Mosca-Simferopol, un collegamento vitale con la penisola di Crimea annessa.

Secondo quanto riportato dal governatore Sergey Aksyonov, il macchinista è stato ucciso mentre il suo assistente è rimasto ferito, un bilancio che ha spinto Mosca a parlare nuovamente di "atti terroristici" da parte del regime di Kiev.

L'episodio, che arriva dopo segnalazioni di altri attacchi contro autobus e convogli nella regione, solleva inevitabili interrogativi sulla definizione degli obiettivi tattici in un conflitto ormai degenerato in una guerra di logoramento senza esclusione di colpi, dove il confine tra bersaglio legittimo e obiettivo civile diventa sempre più labile.

L’asse europeo di Londra: sostegno a una pace "giusta"

Mentre i droni esplodevano sui cieli russi, nella capitale britannica si giocava un’altra partita cruciale per il futuro del conflitto. A Downing Street, il premier Keir Starmer ha riunito i leader di quella che viene definita la "coalizione dei volenterosi": Emmanuel Macron per la Francia, Friedrich Merz per la Germania e naturalmente Volodymyr Zelensky.

Al termine del vertice, i tre pesi massimi europei hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta che rilancia la necessità di "negoziati diretti" tra Kiev e Mosca, spazzando via l’ipotesi di una pace imposta unilateralmente o di un congelamento immediato del fronte.

L’intesa è chiara nel merito: l’attuale linea di contatto deve servire come punto di partenza per le trattative, ma non come una resa di fatto; l’obiettivo rimane una pace "giusta e duratura" supportata da garanzie di sicurezza robuste per l’Ucraina, un percorso che necessita però del coinvolgimento attivo – sempre più incerto – degli Stati Uniti.

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