Scarpetta, la serie Prime Video con Nicole Kidman nei panni della dottoressa Kay Scarpetta tra indagini forensi e fantasmi del passato
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un momento, nel primo episodio di Scarpetta, in cui la dottoressa Kay Scarpetta, interpretata da una Nicole Kidman algida e controllata, osserva il Corpo nudo di una donna abbandonato vicino ai binari di un treno. La scena, diretta da David Gordon Green con lo stesso sguardo spietato che aveva portato nella sua trilogia di Halloween, non concede nulla allo spettatore: il cadavere è lì, esposto, e l’occhio della medical examiner non è quello del detective che cerca indizi, ma quello dello scienziato che sa leggere la morte come fosse un linguaggio. La serie, disponibile su Prime Video dall’11 marzo con otto episodi, segna l’adattamento tanto atteso della saga letteraria di Patricia Cornwell, un’operazione che arriva dopo anni di tentativi e che finalmente restituisce al piccolo schermo uno dei personaggi piú iconici del thriller forense contemporaneo.
La costruzione narrativa scelta da Liz Sarnoff, showrunner e autrice, poggia su una doppia linea temporale che intreccia inevitabilmente presente e passato. Da una parte seguiamo la Scarpetta matura, quella che dopo essere stata estromessa anni prima dall’incarico di capo medico legale della Virginia vi fa ritorno per volontà di circostanze che paiono volute da un destino beffardo; dall’altra c’è la Kay degli esordi, interpretata da una bravissima Rosy McEwen, alle prese con quello che doveva essere il caso della sua carriera, un serial killer che nel 1998 terrorizzava Alexandria e che lei credeva di aver contribuito a far condannare. Il meccanismo, va detto, funziona proprio perché non si limita a essere un espediente per creare suspense, ma diventa il modo attraverso cui la serie interroga la fragilità della memoria e la natura sempre provvisoria della verità giudiziaria.
Un cast stellare per una famiglia disfunzionale
Se il cuore dell’indagine tiene insieme la parte propriamente thriller, è intorno ai rapporti familiari che Scarpetta costruisce la sua architettura piú ambiziosa e, talvolta, anche piú discussa. Kay vive con il marito Benton Wesley, l’agente dell’FBI che Simon Baker interpreta con quella sua aria da uomo che sa ascoltare ma che forse nasconde piú di quanto riveli; con loro, nella stessa proprietà, ci sono la sorella maggiore Dorothy, una Jamie Lee Curtis che gioca con disinvoltura sull’italianità del personaggio sfoggiando un accento quando prova a infilare qualche parola nella nostra lingua, e il detective Pete Marino, quel Bobby Cannavale che qui è anche marito di Dorothy e vecchio partner di indagini di Kay. A complicare il quadro, c’è Lucy, la nipote interpretata da Ariana DeBose, figlia di Dorothy ma cresciuta di fatto da Kay, e adesso alle prese con un lutto recente che la porta a rifugiarsi in tecnologie, come una sorta di intelligenza artificiale che le permette di parlare con la moglie scomparsa, che sanno tanto di fantascienza applicata al dolore.
La convivenza forzata di tutti questi personaggi sotto lo stesso tetto, o poco distante, produce scintille che gli sceneggiatori usano per alimentare il racconto. Non sempre, bisogna dirlo, il tentativo riesce: qualche critico, come riportano le recensioni internazionali, ha parlato di una deriva verso territori piú vicini al soap-opera che al thriller psicologico, con dialoghi che in certi frangenti paiono irrigidirsi nella pretesa di affrontare temi caldi senza possedere la fluenza necessaria per farlo. Resta il fatto che vedere tre vincitrici di Oscar condividere lo schermo – Kidman, Curtis e DeBose – è spettacolo che si lascia guardare volentieri, e la sensazione è che la serie consapevolmente giochi su questo prestigio per distinguersi dal mare magnum delle produzioni crime da catalogo.
La scienza forense come architettura del racconto
A differenza di tante serie dove il medico legale è poco piú che un comprimario che fornisce risposte pronte ai detective, qui il lavoro di Kay Scarpetta è mostrato con una precisione quasi documentaristica. Le autopsie non sono spettacolarizzate, ma diventano procedura: il gesto che incide, la voce che detta appunti, la ricerca di quel dettaglio microscopico che puó ribaltare un’intera costruzione accusatoria. È un approccio che deriva direttamente dalla formazione dell’autrice dei romanzi, Patricia Cornwell, che prima di diventare scrittrice lavorò proprio nell’ufficio del medico legale di Richmond, in Virginia, maturando quella conoscenza diretta delle procedure che ha reso i suoi libri un punto di riferimento per il genere. La serie eredita questa attenzione, e lo fa senza timore di mostrare la crudezza del mestiere: la classifica indicativa per maggiorenni non è un vezzo, ma una necessità dettata da immagini che non concedono nulla allo sguardo edulcorato.
Il caso che apre la stagione, un omicidio che presenta inquietanti analogie con le vittime del serial killer degli anni Novanta, costringe Kay a rimettere in discussione tutto. Quelle che sembravano certezze – la colpevolezza dell’attore Matt Petersen, all’epoca accusato e poi condannato – cominciano a scricchiolare sotto i colpi di nuove evidenze scientifiche. Pete Marino, che da giovane detective aveva creduto fermamente in quella soluzione, si trova oggi a dover fare i conti con l’ipotesi che lui e Kay possano essersi sbagliati, e che il vero assassino sia rimasto libero per quasi trent’anni.
Il peso di un segreto lungo ventotto anni
Quel che accade nella parte finale della stagione, e che ha richiesto una conferma per una seconda già annunciata da tempo, riguarda proprio la natura di quell’errore giudiziario e le sue conseguenze. Senza svelare troppo, si può dire che la sceneggiatura costruisce con pazienza i tasselli di un mosaico in cui ogni personaggio del passato torna a gettare la sua ombra sul presente. La giovane Lucy, la Scarpetta alle prime armi, il Marino impulsivo di allora, e poi Benton, che negli anni Novanta era un profiler alle prime armi interpretato da Hunter Parrish: tutti hanno qualcosa che non torna, qualche dettaglio che oggi, riletto con gli occhi di chi ha accumulato esperienza e ferite, assume un significato diverso.
La regia di David Gordon Green nei primi due episodi imprime al racconto un ritmo ipnotico, fatto di campi lunghi sulla campagna della Virginia e di primi piani ossessivi sui volti. Le sequenze oniriche, i ricordi che tormentano Kay, la morte del padre a cui assistette da bambina: tutto converge a costruire il ritratto di una donna che ha trasformato il trauma in metodo, che ha fatto dell’autopsia – letteralmente il «vedere con i propri occhi» – la sua forma di controllo su un mondo altrimenti caotico e ingiusto. Scarpetta non è soltanto la storia di un’indagine, ma il tentativo di raccontare come si diventa ciò che si è, e quanto possa costare, in termini umani, passare una vita a parlare con i morti.




