La leggerezza della coscienza nel nuovo film di Sorrentino, tra il peso del potere e la ricerca del sacro

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Paolo Sorrentino, il cui cinema ha spesso esplorato la contraddizione tra la grandiosità delle apparenze e il vuoto interiore, torna con “La grazia”, un'opera che, come dichiarato dal regista stesso, vuole essere un atto di leggerezza musicale nel costante dialogo tra sacro e profano. Il film, che dopo l'apertura della Mostra del Cinema di Venezia è ora nelle sale, non è una cronaca politica, ma piuttosto un sogno a occhi aperti che scandaglia l'animo umano di un uomo investito della massima carica dello Stato. Protagonista è Mariano De Santis, Presidente della Repubblica magistralmente interpretato da Toni Servillo, il quale, sul finire del proprio mandato, si trova a dover affrontare due dilemmi morali di enorme portata: la concessione della grazia a due condannati per omicidio e la decisione su una proposta di legge riguardante l'eutanasia. A questi tormenti pubblici, si intrecciano in maniera indissolubile le questioni private, come la solitudine, i rimpianti del passato e i complessi rapporti familiari, in particolare quello con la figura del padre.

Il dubbio come condanna e come via di salvezza

Se la politica contemporanea, come suggerito da Sorrentino, sembra spesso parlare al vento senza ascoltare, il presidente De Santis si distingue per un approccio diametralmente opposto, fatto di riflessione e di un profondo confronto con se stesso. Il film, infatti, si costruisce attorno alla necessità, e alla condanna, del dubbio. Il protagonista indugia, riflette, si interroga senza sosta per cercare di compiere la scelta giusta, in un processo mentale che diventa l'unico modo per alleviare quella che viene presentata come l'inevitabile pena dell'esistenza. La domanda “Di chi sono i nostri giorni?”, pronunciata nel corso della narrazione, non è una semplice battuta ma il cuore pulsante dell'intera opera, una riflessione esistenziale che trascende la contingenza del ruolo istituzionale per toccare corde universali.

Una bellezza che non è solo estetica

Anche in questa pellicola, come di consueto nel percorso artistico del regista, emerge la ricerca di una bellezza da scoprire e valorizzare, che in “La grazia” assume però contorni più introspettivi e meno sfarzosi. Non si tratta della bellezza barocca e mondana de “La grande bellezza”, bensì di una bellezza morale, difficile e sofferta, che risiede nel gesto di fermarsi a pensare, di assumersi il peso di una decisione che tocca la vita e la morte. La fotografia e la regia, pur mantenendo una cifra stilistica riconoscibile, sono al servizio di questa introspezione, creando un'atmosfera sospesa, onirica, che ben si adatta al viaggio interiore del protagonista. Il contrasto tra la maestosità dei palazzi del potere e l'intimità claustrofobica degli stati d'animo di De Santis è reso con una sapienza visiva che costringe lo spettatore a entrare nella sua coscienza.

Un ritratto al di là della cronaca nera

Pur affrontando temi che sfiorano la cronaca giudiziaria, come la questione della grazia per due assassini, il film di Sorrentino evita con cura ogni dettaglio esplicito o ogni scivolamento nel genere. L'attenzione non è mai sul fatto di sangue in sé, che resta sullo sfondo come elemento narrativo per innescare il conflitto interiore, ma sul suo impatto etico e psicologico su chi deve giudicare. La trattazione è dunque rispettosa e concentrata sulle implicazioni filosofiche e umane delle scelte, senza mai cadere nella spettacolarizzazione. In questo senso, “La grazia” si discosta da un cinema d'inchiesta per abbracciare pienamente la dimensione del dramma personale, dove il vero tribunale è quello della coscienza e il vero verdetto è quello che ciascuno si dà riguardo al senso della propria esistenza e delle proprie azioni.

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