Crisi della benzina in Russia, il governo ammette: "Importiamo carburante". Code e limiti ai distributori a Mosca

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le immagini di lunghe code agli spacciatori di carburante, che fino a qualche settimana fa sembravano un fenomeno circoscritto ad alcune aree periferiche della Federazione Russa, hanno ormai raggiunto anche la capitale, trasformando un'emergenza logistico-militare in un problema quotidiano per i cittadini di Mosca.

L'ondata di attacchi con droni da parte dell'Ucraina, che ha preso di mira in maniera sistematica le raffinerie e i depositi strategici, ha ridotto in maniera drastica la capacità produttiva nazionale, costringendo il governo a compiere un passo che fino a poco tempo fa sarebbe apparso impensabile per il secondo produttore mondiale di petrolio: importare carburante dall'estero per tamponare le falle di un sistema messo in ginocchio.

L'ammissione del Cremlino e la svolta sulle importazioni

La conferma ufficiale, che arriva direttamente dal vice primo ministro Alexander Novak, ha spazzato via ogni dubbio residuo sulla gravità della situazione. In un'intervista rilasciata alla televisione di Stato e ripresa dall'agenzia Tass, Novak ha dichiarato che "le importazioni sono già cominciate" e che sono state adottate le necessarie regolamentazioni per permettere produzioni aggiuntive di carburanti di standard inferiori, come Euro 2, Euro 3 ed Euro 4, per sopperire al deficit.

Anche il presidente Vladimir Putin, intervenuto a una riunione del Consiglio per lo sviluppo strategico, ha ammesso che gli attacchi stanno causando "danni" all'economia, sebbene abbia tenuto a precisare che non si tratterebbe di "conseguenze critiche", un'ammissione che tuttavia sconfessa la narrazione di invulnerabilità che il Cremlino aveva cercato di mantenere nei mesi scorsi.

La crisi nel dettaglio: razionamenti e disagi nella capitale

La situazione nei distributori della capitale è divenuta insostenibile: le stazioni di servizio dei principali colossi energetici russi, da Gazprom Neft a Lukoil, hanno reintrodotto stringenti limiti all'acquisto, trasformando il semplice rifornimento in un'impresa. Gazprom Neft, ad esempio, ha limitato le vendite a 40 litri per cliente presso le stazioni automatizzate, mentre Rosneft ha imposto un tetto ancora più basso, fissato a 30 litri per veicolo. Tatneft, dal canto suo, ha stabilito un limite di 50 litri per la benzina e 60 per il gasolio.

A complicare ulteriormente il quadro, la carenza riguarda in particolare la benzina verde AI-95 a 95 ottani, quella maggiormente richiesta, che in molti distributori è semplicemente esaurita. Secondo i dati dell'applicazione di monitoraggio GdeBENZ, che tiene traccia della disponibilità nelle stazioni di servizio, a livello nazionale il carburante era disponibile solo nel 28% dei distributori, un crollo rispetto al 41% della settimana precedente.

Questa stretta ha generato code interminabili anche a Mosca, dove molti automobilisti hanno riferito di attese fino a un'ora pur di fare il pieno, in un clima di crescente tensione e nervosismo.

Le ripercussioni strategiche di una guerra asimmetrica

La crisi attuale è il frutto di una strategia ucraina che ha saputo sfruttare con efficacia le vulnerabilità dell'infrastruttura energetica russa. Da maggio, la produzione di benzina è scesa in alcuni momenti a circa il 65% del normale fabbisogno stagionale, e la campagna di attacchi ha costretto Mosca a vietare le esportazioni di carburanti fino a gennaio 2027 per preservare le scorte interne.

La decisione di ricorrere alle importazioni, che secondo indiscrezioni proverrebbero da Paesi come India, Kazakistan e Bielorussia, rappresenta un'inversione di rotta che mostra come la pressione militare di Kiev sia riuscita a infliggere un colpo significativo alla macchina economica russa, colpendola in un punto nevralgico come quello del rifornimento energetico per la popolazione civile e per le forze armate.

Ciò che appare evidente, al di là delle rassicurazioni di facciata, è che la guerra dei droni sta riscrivendo le priorità della politica energetica russa, costringendo il Paese a barcamenarsi tra la difesa delle proprie raffinerie e la necessità di garantire la sopravvivenza quotidiana del proprio mercato interno.

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