La lebbra dell'ingratitudine e il ritorno che salva

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Lungo la strada polverosa che conduceva a Gerusalemme, mentre attraversava i territori di Samaria e Galilea, l'ingresso di Gesù in un villaggio divenne l'occasione per uno di quegli incontri che, più di molti discorsi, scolpiscono una verità nell'esperienza. Dieci uomini, accomunati dalla medesima condizione di emarginazione forzata a causa della lebbra, gli si fecero incontro mantenendo però la distanza che la legge imponeva. Da quel limine di solitudine, le loro voci si unirono in un'unica, disperata invocazione: "Gesù, maestro, abbi pietà di noi!". Un grido che, pur nella sua immediatezza, riconosceva già un'autorità in quell'uomo, un "epistatès" – colui che sta in alto – nella speranza che si chinasse sulla loro miseria. La comunione autentica, del resto, come quella di ogni gruppo che si raduna nel suo nome, non nasce da una perfezione condivisa ma dal riconoscersi tutti deboli, afflitti dalla stessa malattia e bisognosi dello stesso medico.

L'obbedienza che precede il miracolo

La risposta di Gesù, apparentemente semplice, contiene già il germe della prova. Egli non compie un gesto plateale sul momento, non stende la mano per toccarli, ma affida la loro fede a un atto di obbedienza: "Andate a presentarvi ai sacerdoti". Il comando, in sé, sembrava presupporre una guarigione non ancora avvenuta, chiedendo loro di mettersi in cammino mentre ancora portavano addosso i segni della malattia. È proprio durante quel viaggio, nell'adesione a quella parola ricevuta, che il miracolo si compie: "mentre essi andavano, furono purificati". La loro fede, dunque, si manifesta non in un'attesa passiva ma in un movimento, in un affidarsi all'istruzione ricevuta senza averne ancora visto il compimento con i propri occhi.

Il peso dimenticato del grazie

La gioia per la pelle ritrovata integra e per la vita restituita, tuttavia, sembra avere un effetto paradossale sulla maggioranza di loro. Forse presi da un'euforia travolgente, o forse incapaci di uno stupore che andasse oltre il beneficio materiale ricevuto, nove di quegli uomini non ritennero necessario, o forse nemmeno pensarono, di tornare indietro. Il dono, una volta ottenuto, rischiò di oscurare la figura del donatore. Eppure, come si può pensare che non abbiano più rivolto il pensiero a colui che aveva invertito il corso delle loro esistenze? È lecito immaginare che, negli anni a venire, il ricordo di quel volto e il rimorso per non avergli mai espresso gratitudine possano essersi insediati nelle loro vite come un'ombra silenziosa. Questa storia, nella sua crudele statistica, insegna proprio che un vero incontro con Gesù non si esaurisce in un episodio, ma genera una ricerca che, se autentica, diventa permanente.

Lo straniero che riconosce la fonte

A spezzare la cortina dell'ingratitudine fu uno solo, il quale, "vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce". Il gesto di quell'uomo non fu un semplice "grazie" formale, ma un ritorno fisico, un prostrarsi ai piedi di Gesù in un atto di adorazione che riconosceva in quell'uomo la stessa gloria di Dio. Il particolare, che non sfugge alla riflessione di Cristo, è che costui era uno "straniero". Colui che, da un punto di vista religioso e sociale, era considerato più lontano, si dimostrò il solo capace di una percezione più profonda, quella di aver incontrato non solo un taumaturgo ma la fonte stessa della salvezza. "Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero", fu il commento amaro e illuminante di Gesù, sottolineando come la fede più grande possa talvolta fiorire proprio dove meno te l'aspetti.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.