Notte di fuoco: Mosca lancia 200 droni, Kiev colpisce le raffinerie del Volga

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non si tratta più, per chi segue il conflitto in Ucraina da questi primi tre anni e mezzo di guerra su larga scala, di una semplice escamotage tattica, né di un effetto sorpresa ormai esaurito. La notte tra sabato e domenica ha consegnato agli archivi militari l'ennesima prova di forza di una guerra che, lungi dal limitarsi alle trincee del Donbass, si gioca ormai stabilmente sulla capacità di entrambi i contendenti di saturare i cieli nemici.

Da un lato, le forze russe hanno riversato sull’Ucraina un numero impressionante di velivoli senza pilota: si parla di oltre duecento tra droni d'attacco – i letali Shahed – e droni-esca, quelli che gli analisti definiscono “Gerbera” o “Italmas”, progettati specificamente per aprire varchi nei sistemi di difesa e consumare le preziose munizioni antiaeree di Kiev.

Secondo il bollettino delle Forze aeree ucraine, aggiornato alle prime luci dell’alba, la maggior parte di questi ordigni è stata intercettata e neutralizzata nei cieli del nord e dell’est del Paese; eppure, la conta dei danni parla di almeno quattordici impatti rilevati in altrettante località, una cifra che la sola difesa passiva non può più considerare trascurabile.

La controffensiva sulle infrastrutture energetiche

L’equilibrio della notte, però, non è stato determinato solo dalla pioggia di acciaio proveniente da est. Mentre le sirene echeggiavano a Kiev, le unità di drone della direzione principale dell'intelligence ucraina (GUR) stavano portando a termine un'operazione speculare, spostando il teatro della guerra proprio nel cuore della macchina energetica russa. L’obiettivo principale, dichiarato e rivendicato dallo Stato Maggiore di Kyiv, era la raffineria di petrolio di Saratov, un impianto strategicamente cruciale situato lungo il corso del Volga.

Con una capacità di lavorazione che sfiora le 6-7 milioni di tonnellate annue di greggio, lo stabilimento – che fa capo al colosso Rosneft – non è vitale solo per il rifornimento della regione, ma rappresenta un nodo essenziale per le forniture di carburante destinato alla logistica militare russa. Le immagini diffuse nelle ore successive, quelle che mostrano un denso pennacchio di fumo nero alzarsi sopra i serbatoi, confermano la riuscita dell’attacco che ha innescato un vasto incendio negli impianti.

Non è finita lì. La risposta ucraina ha avuto una portata geografica notevole, articolandosi su più fronti per colpire il settore energetico nemico in profondità. A Rostov, precisamente nell’insediamento di Matveyev Kurgan, i danni si sono registrati presso un deposito di petrolio e, secondo fonti locali e la conferma del governatore della regione di Kirov, anche una stazione di distribuzione di un importante oleodotto è stata centrata, finendo in fiamme.

In questo caso, almeno secondo le prime comunicazioni ufficiali da Mosca, non si registrerebbero vittime tra i civili o il personale, un dettaglio che, sebbene rilevante sul piano umanitario, non scalfisce la portata strategica del raid. L’obiettivo dichiarato di queste incursioni, come del resto Kiev non ha mai nascosto, è quello di innescare un “lockdown logistico” che strozzi il flusso di risorse verso le linee del fronte, rendendo insostenibili per Mosca i costi di una guerra di logoramento su distanze così immense.

La saturazione dei cieli come nuova normalità

L’ammontare dei mezzi impiegati nella sola notte scorsa – parliamo di oltre duecento velivoli tra i due schieramenti – suggerisce una riflessione più ampia sulla metamorfosi tecnologica del conflitto. Quella che una volta appariva come una guerra di artiglieria si è trasformata in una competizione serrata tra produzione industriale di droni e capacità di intercettazione.

Per Mosca, lanciare una massa critica di droni (utilizzando quelli di tipo “Gerbera” come semplici esche) è un metodo collaudato per testare le difese e individuare i punti deboli dello scudo aereo ucraino, costringendo Kyiv a bruciare missili intercettori costosi per abbattere obiettivi dal valore irrisorio. Dall’altra parte, l’Ucraina sembra aver capito che per contrastare l’invasione non basta resistere: bisogna esportare il dolore.

L’attacco mirato alle raffinerie, seppur lontano dalle zone di combattimento tradizionali, risponde alla logica di ridurre la capacità offensiva russa dove questa si genera, cioè nei serbatoi di carburante e nelle colonne di approvvigionamento.

Nonostante l’efficacia dimostrata in questa sorta di danza distruttiva notturna, la situazione per l’Ucraina resta un equilibrio instabile su un filo teso. Il presidente Zelensky, commentando gli eventi delle ultime ore, ha rinnovato – come già fatto in passato – una richiesta precisa agli alleati occidentali: la fornitura di maggiori capacità di difesa aerea. Per quanto i colpi inflitti alle raffinerie di Saratov e Rostov siano un successo propagandistico e logistico per Kyiv, essi non fermano la pioggia di droni che ogni notte si abbatte sulle città ucraine.

La guerra dei droni è, per sua natura, una guerra di numeri; e se da un lato i numeri della produzione nazionale ucraina sono in crescita vertiginosa, dall’altro la protezione del cielo richiede tecnologia occidentale che, nonostante i proclami, arriva ancora a conto-gocce.

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