L’euro digitale, per Cipollone un alleato di Bancomat e uno scudo per le banche

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   Il progetto dell’euro digitale, lungi dal rappresentare una minaccia per gli istituti di credito o per i circuiti di pagamento nazionali, potrebbe rivelarsi lo strumento attraverso cui preservare il ruolo centrale del sistema bancario europeo e, al contempo, proiettare realtà come il Bancomat ben oltre i confini italiani. A fornire questa chiave di lettura, nel corso di un intervento al Comitato esecutivo dell’Abi a Roma, è stato Piero Cipollone, membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea con delega ai pagamenti, il quale ha delineato un futuro in cui la moneta digitale pubblica non si sostituirà ai soggetti esistenti ma ne rafforzerà la posizione, in particolare riducendo i costi a carico di banche e commercianti.

Il cuore dell’architettura pensata a Francoforte, come spiegato da Cipollone, risiede nella possibilità di rendere i sistemi domestici interoperabili a livello transfrontaliero: una volta approvata la legislazione europea, infatti, il Bancomat potrebbe diventare utilizzabile in tutta l’area dell’euro senza dover attendere il 2029, data attualmente ipotizzata per la prima emissione della valuta digitale. Un’accelerazione, questa, che non solo darebbe nuova linfa a un circuito nato e cresciuto in Italia, ma che lo renderebbe concorrenziale su un palcoscenico ben più ampio, andando a contrastare quel predominio di colossi extraeuropei, come Visa e Mastercard, che attualmente gestiscono circa due terzi delle transazioni con carta nel Vecchio Continente -1-2. La mossa, in sostanza, è quella di utilizzare la leva pubblica per creare un ecosistema di pagamento europeo più sovrano e resiliente, e lo si fa abbassando le barriere e i costi per chi quei servizi li offre e per chi li accetta.

Non meno rilevante è la questione dell’accessibilità, un tema su cui la BCE ha deciso di muoversi con decisione per evitare che la digitalizzazione della moneta crei nuove forme di esclusione. L’accordo siglato con la Fondazione ONCE, realtà spagnola impegnata nell’inclusione sociale delle persone con disabilità, mira a garantire che l’applicazione per l’euro digitale sia fruibile da tutti, indipendentemente dalle competenze digitali, dall’età o da eventuali disabilità. La collaborazione, articolata in consulenza tecnica, progettazione dell’interfaccia e test sui prototipi, punta a fare in modo che la valuta pubblica sia davvero universale, riprendendo quella caratteristica di inclusività che da sempre contraddistingue il contante.

L’aspetto forse più delicato, e che ha destato maggiori perplessità tra gli operatori del settore, riguarda il rapporto tra l’euro digitale e l’attuale sistema bancario. L’ipotesi che i cittadini potessero aprire un conto direttamente presso la BCE ha sollevato lo spettro della disintermediazione, ovvero il rischio che le banche perdano il loro ruolo di interfaccia privilegiata con la clientela e, con esso, una mole preziosa di dati. Cipollone, tuttavia, ha ribaltato la prospettiva: l’euro digitale, ha argomentato, è pensato per prevenire proprio questo scenario, che si verificherebbe comunque a opera di soluzioni private come le stablecoin o altri sistemi extraeuropei. La distribuzione della moneta digitale avverrà attraverso le banche stesse, con limiti di detenzione e assenza di remunerazione per evitare fughe di depositi, e sarà strutturata in modo che gli istituti traggano beneficio da ogni transazione, ricevendo un compenso interbancario analogo a quello delle carte -1-5. È la logica, per certi versi paradossale, di preservare il sistema difendendolo con un’arma nuova, anziché lasciarlo esposto alle intemperie di un mercato dominato da attori privati non europei. I timori sui costi di adattamento, quantificati in una media di un milione di euro per banca nell’arco di quattro anni, sono stati ridimensionati dallo stesso Cipollone e dal governatore di Bankitalia Fabio Panetta, che li hanno definiti tutto sommato contenuti rispetto all’opportunità di riappropriarsi di una fetta di mercato strategica -8.

Il nodo dell’autonomia strategica e i tempi della politica

Oltre agli aspetti tecnici e finanziari, la spinta verso l’euro digitale si inserisce in un contesto geopolitico in cui le relazioni transatlantiche, già logorate da dinamiche commerciali e politiche, rendono strategicamente rischiosa una dipendenza così marcata da circuiti extra-Ue. La consapevolezza, espressa più volte da Cipollone e ribadita in varie sedi, è che l’assenza di una forma digitale di contante metta a repentaglio l’autonomia europea, costringendo cittadini e imprese a operare all’interno di infrastrutture non controllabili dall’Unione -9. Un rischio che la BCE ha ormai esplicitamente classificato come strategico.

Sul fronte legislativo, dopo un biennio di stallo, si registrano segnali di disgelo: a dicembre il Consiglio dell’UE ha definito il progetto come chiave per la sicurezza economica europea, e a febbraio il Parlamento europeo ha concesso il primo importante via libera, dando nuovo impulso a una normativa che si spera possa essere adottata entro il 2026 -1-3. Sarà poi la BCE, una volta completato l’iter e superata la fase pilota prevista per il 2027, a decidere se procedere con l’emissione vera e propria. Un percorso, quello verso il 2029, che si preannuncia ancora ricco di ostacoli tecnici e politici, ma che vede ora un disegno più chiaro: l’euro digitale non è un’astratta rivoluzione tecnologica, ma un tentativo concreto di ridisegnare la geografia dei pagamenti europei, mettendo al centro la sovranità monetaria e tenendo banche e circuiti nazionali a bordo, anziché lasciarli indietro.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.