Deficit al 3%, la sfida di Meloni tra promesse fiscali e numeri dell’Istat

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il governo guidato da Giorgia Meloni, che pure aveva fatto dell’alleggerimento della pressione tributaria il proprio cavallo di battaglia, si trova oggi a fare i conti con una duplice, stringente realtà: da un lato l’obiettivo – tecnicamente un vincolo – di portare il deficit al 3 per cento del Pil entro il 2025, e dall’altro i dati diffusi dall’Istat, i quali raccontano una storia diametralmente opposta a quella delle promesse elettorali. Quel “numeretto”, come è stato definito negli ambienti di maggioranza, rappresenta il disavanzo fiscale massimo consentito dal Patto di stabilità; ebbene, se non verrà centrato, l’Italia non potrà uscire dalla procedura d’infrazione in cui è finita nel 2024, insieme ad altri Paesi europei, dopo quattro anni di sospensione delle regole – una sospensione resa necessaria dalla pandemia.

La morsa del Patto di stabilità e il referendum perso

La premier, che ha incassato una sconfitta al referendum costituzionale senza per questo vedere scricchiolare la sua maggioranza, vede ora nel rispetto del 3% una vera e propria resa dei conti con Bruxelles. Non si tratta soltanto di un parametro tecnico, va detto, ma della condizione indispensabile per evitare sanzioni e per restituire credibilità ai conti pubblici italiani. E proprio mentre il governo si appresta a definire la prossima manovra, l’Istat ha pubblicato i numeri relativi alla pressione fiscale: nel quarto trimestre del 2025 ha sfondato quota 51,4 per cento, con un aumento di 0,8 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno prima. Per ogni cento euro di ricchezza prodotta, insomma, lo Stato ne trattiene quasi 52. Un dato grezzo, certo, ma difficilmente confutabile.

Pressione fiscale al 43,1%: non accadeva dal 2014

Guardando all’intero anno 2025, la pressione fiscale si è attestata al 43,1 per cento del Pil, in crescita di 0,7 punti rispetto al 42,4 del 2024. Si tratta del livello più alto da undici anni a questa parte, precisamente dal 2014. Un risultato, questo, che stride in maniera evidente con il “nuovo patto fiscale” evocato da Meloni nel suo primo discorso in Parlamento, quando alla Camera chiese la fiducia al governo. Allora parlò di una “rivoluzione copernicana” fondata su tre pilastri, e il primo di essi era proprio la riduzione della pressione fiscale su imprese e famiglie. Una promessa, quella dell’abbassamento delle tasse, che accomunava tutti i partiti del centrodestra – da Fratelli d’Italia a Forza Italia, passando per la Lega – e che aveva contribuito in maniera decisiva alla vittoria elettorale.

Reddito e potere d’acquisto frenano, famiglie in negativo

Le statistiche diffuse dall’istituto di statistica non si limitano però a fotografare il peso del fisco. Esse mostrano anche un deciso rallentamento del reddito disponibile delle famiglie, cresciuto nel 2025 soltanto del 2,4 per cento, e del loro potere d’acquisto, fermo a uno 0,9 per cento. Entrambi i valori risultano inferiori a quelli registrati nell’anno precedente. Ma c’è di più: nell’ultimo trimestre del 2025, tanto il reddito disponibile quanto il potere d’acquisto sono finiti in territorio negativo. Un’inversione di tendenza, quest’ultima, che restituisce l’idea di una economia domestica sotto pressione, schiacciata tra l’aumento del carico fiscale e una capacità di spesa che si riduce. E proprio mentre il governo insegue il famoso 3 per cento di deficit, le tasse non solo non calano ma toccano livelli che non si vedevano da un decennio. Una contraddizione, quella tra annunci e numeri, che rischia di segnare la prossima fase politica.

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