La portaerei Ford nel Mediterraneo, l’ultimatum di Trump e la risposta di Teheran all’Onu: la diplomazia corre contro il tempo
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Redazione Esteri
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La sagoma imponente della USS Gerald R. Ford, la portaerei più grande e tecnologicamente avanzata del mondo, è stata avvistata nelle acque del Mediterraneo dopo aver completato la traversata dello Stretto di Gibilterra. Il suo spostamento, confermato dai dati di tracciamento marittimo e da fonti di intelligence open source, rappresenta il tassello più visibile di un massiccio rafforzamento militare voluto dall’amministrazione Trump, un dispiegamento di forze che vede già un secondo gruppo d’attacco, quello della USS Abraham Lincoln, operativo nel Mar Arabico al largo delle coste dell’Oman, e decine di velivoli – tra cui caccia, aerei da rifornimento e unità da pattugliamento marittimo – posizionati in basi chiave che vanno dal Qatar alla Giordania, passando per strutture in Europa orientale -1-4.
Non si tratta, e i fatti lo dimostrano, di una semplice dimostrazione di potenza. L’arrivo della Ford, che salperà per unirsi alla Lincoln e a una quindicina di cacciatorpediniere già attivi tra lo Stretto di Hormuz, il Mar Rosso e il Mediterraneo orientale, avviene mentre la finestra per una soluzione negoziata, impressa nella dichiarazione del presidente americano, sembra ridursi a pochi giorni -5. Donald Trump, rispondendo a una giornalista alla Casa Bianca, ha parlato senza mezzi termini della possibilità di un’azione militare limitata, qualora non si trovi un’intesa sul programma nucleare di Teheran. Un’eventualità che il presidente ha circoscritto a una finestra temporale di dieci-quindici giorni, al termine della quale, nelle sue parole, per l’Iran potrebbero prospettarsi conseguenze gravi.
Di fronte a questa pressione, che il segretario di stato ha definito funzionale al raggiungimento di un accordo “significativo” che impedisca a Teheran l’ottenimento dell’arma atomica, la risposta iraniana è arrivata su un duplice fronte -10. Sul piano diplomatico, e si tratta di un passaggio di rilievo, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha annunciato che in un lasso di tempo di due o tre giorni Teheran presenterà una bozza di accordo alla controparte statunitense, consegnandola nelle mani del negoziatore Steve Witkoff -2-6. Un’offerta, quella iraniana, che secondo Araghchi non nasce da un ultimatum – “non c’è nessun ultimatum”, ha tenuto a precisare – ma dalla volontà comune di giungere a una intesa rapida che soddisfi gli interessi di entrambe le parti, pur ribadendo che dagli Stati Uniti non è mai giunta una richiesta formale di azzeramento dell’arricchimento dell’uranio -2.
Sul piano della contrapposizione politica e giuridica, invece, la missione permanente iraniana alle Nazioni Unite ha inviato una lettera al segretario generale António Guterres e alla presidenza del Consiglio di Sicurezza. Il testo, che è stato reso pubblico, mette in guardia da “un rischio reale di aggressione militare” conseguente alle recenti dichiarazioni di Trump, in cui si ipotizzava l’utilizzo della base britannica di Diego Garcia nell’Oceano Indiano. Nella missiva, e questo è un punto cruciale per comprendere la tensione attuale, Teheran avverte che qualora dovesse essere sottoposta ad attacco, risponderà “decisamente e proporzionalmente” esercitando il suo diritto all’autodifesa sancito dall’Articolo 51 della Carta Onu, e che tutte le basi, le strutture e i beni delle forze nemiche nella regione costituirebbero obiettivi legittimi -3-7.
Il dispositivo militare e il negoziato parallelo
La concentrazione di mezzi, che gli analisti militari descrivono come più profonda e sostenibile rispetto ai dispiegamenti osservati in occasione di precedenti crisi, come i bombardamenti dello scorso giugno noti come “Midnight Hammer” o le operazioni in Venezuela, non è però l’unico dato da tenere in considerazione -4. Mentre le portaerei incrociano e i caccia decollano dalle basi in Giordania e Qatar, i negoziati indiretti mediati dall’Oman a Ginevra proseguono. È in quelle sedi, infatti, che si gioca la partita vera. Il fatto che Teheran parli di “progressi” e di una bozza quasi pronta, mentre Washington continua a ripetere che l’Iran non deve e non può dotarsi della bomba, indica che il dialogo, per quanto difficile, non si è interrotto -10.
L’invio della USS Gerald R. Ford, in questo quadro complesso, assolve a una funzione precisa: da un lato, come riferiscono esperti di strategia navale, proietta una capacità di attacco sostenuto e duraturo, con la possibilità di effettuare centinaia di sortite giornaliere; dall’altro, e forse è l’aspetto più rilevante in queste ore, agisce come uno scudo avanzato per gli alleati regionali, Israele in testa, e come strumento di dissuasione nei confronti di qualsiasi reazione iraniana che dovesse seguire un eventuale attacco -5. La sua presenza, insomma, non serve solo a colpire, ma a neutralizzare sul nascere le capacità di risposta dell’avversario, creando una cornice di sicurezza entro cui la diplomazia – o la sua alternativa – deve muoversi.
L’avvertimento a Guterres e il nodo delle basi
Un passaggio specifico della lettera iraniana all’Onu merita attenzione per la sua concretezza. Teheran cita esplicitamente le strutture militari che potrebbero diventare bersaglio di una sua risposta: tutte le basi, le strutture e i beni delle forze ostili nella regione. Un messaggio chiaro, che include le installazioni americane diffuse in Medio Oriente, da quelle in Kuwait a quelle negli Emirati Arabi Uniti, e che allarga il raggio di un eventuale conflitto ben oltre i confini iraniani. Non solo: la missiva richiede al Consiglio di Sicurezza e al segretario generale di agire “senza indugio, prima che sia troppo tardi”, un appello affinché l’organismo internazionale non normalizzi la minaccia dell’uso della forza come strumento di politica estera -7.
Il riferimento alla base di Diego Garcia, avanzato da Trump e citato nella lettera, aggiunge un ulteriore elemento di complessità geopolitica. Quell’atollo, oggetto di un recente accordo di locazione novantanovennale tra Regno Unito e Mauritius per oltre cento milioni di sterline all’anno, rappresenta un punto di proiezione strategica fondamentale nell’Oceano Indiano. L’ipotesi di un suo utilizzo per un attacco contro l’Iran, ventilata dallo stesso presidente, non fa che innalzare il livello di allerta, confermando come nessuna opzione, in questa fase, sia stata esclusa dal tavolo del commander in chief.




