« Ho subìto violenza inaudita »: Maria Rosaria Boccia rinviata a giudizio per stalking e lesioni. A ottobre il processo contro l’imprenditrice
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Redazione Interno
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Il Gup di Roma, Gabriele Fiorentino, ha impiegato meno di sessanta minuti per valutare il castello probatorio eretto dalla procura – coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Cascini insieme alle pm Giulia Guccione e Barbara Trotta – e ha quindi deciso: Maria Rosaria Boccia, imprenditrice di Pompei, dovrà difendersi in aula. Il capo d’imputazione, che i legali dell’ex ministro della Cultura definiscono «fortemente innovativo», poggia su un presupposto specifico, cioè il riconoscimento di una dinamica di sottomissione all’interno di quella che era nata come relazione sentimentale. La prima udienza dinanzi al tribunale collegiale è stata calendarizzata per il 6 ottobre; nel frattempo, la donna rimane in attesa di chiarire davanti a un giudice terzo perché, secondo l’accusa, avrebbe reiterato condotte persecutorie – lesioni personali comprese – nei confronti di Gennaro Sangiuliano, arrivando a interferire illecitamente nella sua sfera privata sino a diffamarlo, senza dimenticare le contestazioni relative a presunte falsità nel curriculum in relazione all’organizzazione di eventi.
La linea difensiva e il controcanto degli avvocati
Francesco Di Deco e Saverio Sapia, i penalisti che assistono la Boccia, hanno immediatamente delineato il perimetro della strategia processuale. «Non siamo preoccupati», hanno scandito all’ingresso di piazzale Clodio, e lo hanno fatto partendo da un assunto opposto a quello dei querelanti: sarebbe stato Sangiuliano, a loro dire, sin dai primi giorni di giugno del 2024, a dichiararsi «follemente innamorato», e a inviare messaggi «quasi asfissianti, azzarderei adolescenziali», corredati da cuoricini. Per i difensori, la discrasia appare evidente: come si può sostenere di essere vittima di stalking quando, dall’altra parte, si alimenta quotidianamente la comunicazione con toni affettivi? A ciò aggiungono che in una delle telefonate oggetto di contestazione fu lo stesso ex ministro, durante una conversazione in viva voce, a consentire che altri udissero; una circostanza, questa, che a loro giudizio farebbe cadere qualsiasi ipotesi di clandestinità o costrizione, trattandosi semmai di un ascolto autorizzato dal dichiarante medesimo. «Poteva interrompere in qualunque momento quella comunicazione», hanno rimarcato, definendo l’incriminazione «fumosa» e auspicando di dimostrarne l’infondatezza già in una fase antecedente al dibattimento.
Le parti civili e la riabilitazione giudiziale
Allo schieramento opposto, Silverio Sica e Giuseppe Pepe – legali di Sangiuliano e della moglie Federica Corsini – hanno interpretato il rinvio a giudizio come una pronuncia che, implicitamente, certifica la vulnerabilità della persona offesa all’interno del legame affettivo. Il processo, nelle loro parole, «riabilita il dottor Sangiuliano» perché l’imputazione, così come formulata, contiene in sé il riconoscimento di una posizione di soggezione. Non è solo l’ex titolare del Mic ad aver ottenuto lo status di parte civile: si è costituita anche la moglie, e con loro l’ex capo di gabinetto del dicastero, Francesco Gilioli, assistito dall’avvocato Renato Archidiacono. Per Gilioli, la lesione all’immagine deriverebbe dalle informazioni divulgate dalla Boccia circa un contratto che non venne mai sottoscritto e sulla cui presunta sparizione sarebbero state alimentate ricostruzioni distorte; circostanze che avrebbero offuscato, nelle sue parole, la reputazione di un alto funzionario dello Stato.
Le carte dell’inchiesta e il materiale raccolto
L’informativa depositata dai carabinieri del Nucleo investigativo di Roma pesa per 926 pagine. All’interno di questo fascicolo, accanto ai dialoghi e agli atti d’indagine che hanno convinto i magistrati procedenti, affiorano anche figure eccentriche rispetto al nucleo principale del procedimento: è il caso del regista Enrico Vanzina, menzionato nella mole documentale sebbene completamente estraneo ai fatti contestati. Una presenza, la sua, che testimonia quanto la vicenda abbia lambito ambienti e persone distanti dall’inchiesta, finendo per amplificare – anche involontariamente – quel clamore che, nelle settimane precedenti le dimissioni di Sangiuliano, aveva trasformato la cronaca giudiziaria in un fenomeno mediatico trasversale. L’ex ministro, dal canto suo, ha rotto il silenzio per sintetizzare i dodici mesi successivi alla bufera: «Ho subìto un’onda di violenza inaudita», ha dichiarato, condensando in poche parole quella che descrive come una prolungata esposizione a pressioni e sofferenza personale.




