La grande frammentazione: il 2025 e lo sconquasso geopolitico
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Redazione Esteri
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Il 2025 ha sprigionato, come un vaso di Pandora, la potenza di un cambiamento strutturale la cui portata si misura nella brusca e definitiva inversione di una gerarchia che sembrava incrollabile: la geopolitica, con le sue logiche di potenza e i suoi sommovimenti tellurici, ha infatti riconquistato un primato assoluto sull'economia, la quale, per lunghi decenni, aveva invece dettato legge e plasmato le relazioni internazionali. Ci si può ritrovare, per descrivere questo anno, a utilizzare una celebre frase attribuita a Lenin – "Ci sono decenni in cui non accade nulla e ci sono settimane in cui accadono decenni" – perché i mesi appena trascorsi hanno compresso in una successione serrata di eventi il peso di intere epoche storiche, imponendo a tutti, e in particolare all'Europa, un urgente e ineludibile esame di coscienza sul proprio ruolo in un mondo trasformato radicalmente e ormai irriconoscibile.
Il 2026, anno del giudizio per Trump
L'anno che verrà, il 2026, si profila dunque come l'anno del giudizio, se non universale certo potenzialmente definitivo per molti, a cominciare dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, la cui sorte politica e l'eredità storica di questo inusuale esperimento americano verranno decise dalle elezioni di midterm del prossimo novembre. Quelle consultazioni, nelle quali il suo nome non figurerà direttamente sui ballot, rappresentano nondimeno un referendum sulla sua leadership; una vittoria del Partito Repubblicano, che egli continua a dominare incontrastato, consacrerebbe infatti il successo della sua "guerra ai prezzi" e del suo approccio dirompente, consacrandolo come l'architetto di una nuova stagione.
Una presidenza personale e le relazioni internazionali
È stato, senza alcun dubbio, l'anno di Donald Trump, poiché nessun leader – nell'ultimo mezzo secolo – ha imposto con altrettanta nettezza il proprio marchio personale su una fase politica globale. Piaccia o meno, nel giro di pochi mesi il presidente americano ha messo sottosopra le ultime certezze residue di un Occidente percepito in declino: dai valori del liberalismo progressista al ruolo tradizionale delle assemblee legislative, dalla coesione del blocco atlantico fino al concetto stesso di pace intesa come un diritto ereditario e immutabile. La recente e ben diversa accoglienza riservata a Volodymyr Zelensky a Mar-a-Lago, lontana dall'umiliazione subita tempo addietro nello Studio Ovale, e il superamento dei famigerati "28 punti" – che recavano un'impronta ritenuta troppo marcata del Cremlino – chiudono un 2025 trascorso nel segno della sua politica estera imprevedibile. Resta da valutare, al di là delle apparenze, se si tratti di autentici passi avanti, maturati forse anche grazie a scelte più autonome dell'Europa, o piuttosto della manifestazione di un pragmatismo tattico e momentaneo.
L'eredità di un anno di trasformazioni
La cosiddetta "Grande Frammentazione" ha dunque prodotto i suoi primi, tangibili effetti, ridefinendo alleanze, rompendo schemi consolidati e costringendo ogni attore sulla scena mondiale a riconsiderare la propria posizione in un sistema divenuto multipolare in modo caotico e conflittuale. L'era del "presidente personale", che centralizza in sé ogni decisione e ogni messaggio, sembra aver soppiantato modelli di governance più collegiali e diplomatici, con ripercussioni che si estendono ben oltre i confini nazionali. Il buon proposito per il Vecchio Continente, stretto tra le pressioni di una nuova amministrazione americana e le minacce provenienti da est e da sud, rimane quello di trovare una sua voce unitaria e una strategia coerente, cercando di capire, in questa realtà profondamente mutata, non solo quale ruolo possa giocare ma soprattutto se possieda la volontà politica per giocarlo fino in fondo.




