Pamela Genini, la foto dei lividi inviata all'amica otto mesi fa
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Redazione Interno
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Il volto segnato dalle ferite e gli occhi lucidi di paura, che tradiscono una sofferenza troppo a lungo celata, costituiscono l’ultimo, straziante messaggio lanciato da Pamela Genini. Quell’immagine, scattata otto mesi prima della sua morte e affidata a un’amica, rappresenta un campanello d’allarme inascoltato, la prova tangibile di una spirale di violenza che, purtroppo, non si è interrotta in tempo. La modella ventinovenne, la cui vita è stata stroncata da ventiquattro coltellate, aveva già documentato i segni delle aggressioni subite nella casa di via Iglesias, a Milano, nella zona di Gorla, dove il suo assassino, Gianluca Soncin, l’aveva più volte minacciata di morte. Oltre alle percosse, come emerso e riportato dalla trasmissione “Dentro la notizia”, l’uomo le avrebbe anche puntato una pistola contro, un dettaglio agghiacciante che delinea un quadro di prevaricazione e terrore domestico.
L’amarezza del gip e il silenzio dell’accusato
Nel freddo linguaggio di un’ordinanza, il giudice per le indagini preliminari Tommaso Perna ha riconosciuto tutte le aggravanti a carico di Gianluca Soncin, convalidandone il fermo e dipingendo, suo malgrado, le ultime, atroci ore di Pamela. Il magistrato ha espresso tutta la sua amarezza nel constatare come la giovane, che non aveva sporto formale denuncia, abbia sofferto e abbia avuto piena consapevolezza di stare morendo durante l’aggressione fatale. Un’amarezza che si scontra con il muro di silenzio innalzato dall’uomo, il quale, durante l’interrogatorio dinanzi al magistrato, ha scelto di non rispondere, offrendo una versione dei fatti monca e lasciando che fossero le evidenze a parlare per lui.
Il movente e il ricordo di una vita spezzata
La gelosia patologica e il possesso sembrano essere il filo conduttore di questa tragedia, riassunti nella terribile dichiarazione “o con me, o con nessun altro” che il gip ha individuato come movente primario. Una logica distorta, che non ammette libertà e che trasforma l’amore in un ossessivo controllo, ha portato all’estremo gesto. Proprio per onorare la memoria di Pamela e di tutte le altre vittime di femminicidio, si è tenuto a Milano un presidio serale, una fiaccolata silenziosa e carica di emotività. In tanti hanno voluto rendere omaggio alla ventinovenne, accendendo lumini intorno a una panchina rossa, simbolo universale del posto che quelle donne non occupano più, e ricordandone i nomi uno a uno, in un coro di dolore e di rimpianto.
Le domande senza risposta dopo un assassinio
Quella fotografia dei lividi, condivisa in un momento di disperazione, solleva interrogativi lancinanti sulle dinamiche che precedono simili delitti. Se ne inviano di simili, a volte, come un muto, estremo appello, nella speranza che qualcuno, dall’esterno, possa vedere ciò che accade tra le mura domestiche e intervenire. La sua esistenza, ora resa pubblica, costringe a una riflessione amara su tutti quei segnali, più o meno evidenti, che precedono il punto di non ritorno. Rimane, alla fine, l’immagine di una vita spezzata nel fiore degli anni e la consapevolezza che la violenza, quando si annida nelle relazioni, lascia spesso tracce visibili che, purtroppo, non sempre sono sufficienti a scongiurare l’epilogo più tragico.




