L’urlo soffocato di Trigoria: Gasperini, tra la rabbia per Ranieri e le lacrime per Percassi
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Redazione Sport
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Non poteva esserci immagine più cruda, né un momento più simbolico, di quanto si è consumato ieri a Trigoria poco prima delle quattordici. Una conferenza stampa, quella di Gian Piero Gasperini, che nessuno si sarebbe aspettato di vedere trasformarsi in un atto di resa emotiva; eppure, nel giro di pochi minuti, il tecnico piemontese ha attraversato l’intero spettro delle tensioni che stanno lacerando l’ambiente giallorosso. Si è partiti da Claudio Ranieri, il senior advisor che con le sue dichiarazioni pubbliche ha gettato benzina sul fuoco, per finire con Antonio Percassi, il vecchio presidente dell’Atalanta a cui il mister è visceralmente legato, quasi a voler contrapporre la compattezza di un tempo alla frammentazione del presente.
“Sorpreso dai toni”, la replica a distanza che non c’è stata
L’inizio della conferenza è stato un monologo a tinte fosche, nel quale Gasperini ha rotto il silenzio mantenuto per tutta la settimana dopo le bordate ricevute da Ranieri. L’allenatore, visibilmente provato, ha ammesso di essere rimasto “sorpreso” dalle parole del suo predecessore, quelle uscite venerdì scorso a margine di Roma-Pisa, quando Ranieri aveva rivelato come Gasperini fosse solo la quarta scelta per la panchina e aveva rivendicato la paternità delle scelte di mercato. “Non c’è mai stato un tono diverso tra me e Ranieri – ha sottolineato il tecnico – né nelle riunioni né nei rapporti diretti, e in tanti mesi non avevo mai avuto questa sensazione”. Una precisazione, questa, che suona come una denuncia indiretta della rottura di un codice di convivenza, quel minimo sindacale di rispetto professionale che pare essere evaporato nell’aria di Trigoria. E così, per non creare ulteriori danni a una squadra già sotto torchio, Gasperini ha scelto la via del silenzio per sei giorni, ingoiando il rospo e presentandosi poi davanti ai cronisti con la voce rotta dalla stanchezza.
L’elmo di Meridio e la maschera dell’antipatico
È in questo frangente, forse, che è caduta definitivamente la maschera dell’allenatore duro, di quello che il diretto interessato ha ricordato essere stato etichettato come “l’antipatico”. Gasperini, quasi cercando una giustificazione al proprio carattere, ha tirato in ballo il suo lungo passato: otto anni a Genova e nove a Bergamo. “Vuol dire che forse non sono proprio una persona così brutta – ha ragionato ad alta voce – se si sta con me tanti anni non è così terribile”. Un’autodifesa malinconica, nella quale il tecnico ha paragonato le inevitabili frizioni del calcio a quelle che “succedono anche tra marito e moglie”, ammettendo la possibilità di qualche screzio ma rivendicando la stragrande maggioranza di episodi positivi. Un modo, questo, per ribaltare la narrazione di un uomo solo al comando, restituendo l’immagine di un professionista che ha costruito cicli vincenti proprio sulla longevità dei rapporti.
Il paragone con Bergamo e la commozione per il “papà” Percassi
Ma è stato il passaggio dedicato al paragone con l’Atalanta a trasformare la tensione in commozione. Nel confrontare i due ambienti, Gasperini ha lasciato intendere, senza mai dirlo esplicitamente, dove si lavora meglio. “A Roma c’è tutto – ha dichiarato – soprattutto nella squadra. A Bergamo ho potuto fare bene perché il contesto era compatto, il lavoro della società era straordinario”. E mentre la voce iniziava a incrinarsi, l’allenatore ha voluto rimarcare l’anomalia di quel ciclo vincente: “Una società capace di operare in sintonia con l’allenatore, facendo utili tutti gli anni”. Poi, il colpo di grazia. Ricordando la fine di quella sintonia, Gasperini ha spiegato che “un po’ era cambiata la proprietà, un po’ perché non c’era più il papà a cui io ero legato molto”. A quel punto, gli occhi rossi e la voce spezzata non hanno lasciato spazio ad altre parole: l’allenatore si è alzato, ha sbattuto la porta (tanto forte da rompere un gancio, secondo quanto riportato) e ha abbandonato la sala, lasciando i cronisti nel più totale sbigottimento.
Il caso Wesley e la goccia che fa traboccare il vaso
A rendere ancora più intricato il clima di vigilia, non c’è solo lo psicodramma dei rapporti personali, ma anche una questione tecnica che rischia di diventare l’ennesimo campo di scontro: le condizioni di Wesley. L’esterno brasiliano, spiega il tecnico, si sente pronto per giocare la partita decisiva contro l’Atalanta, spingendo per essere convocato nonostante il parere prudente dello staff medico. “Il calciatore si sente di poter giocare, ha grande generosità – ha riferito Gasperini – ma la parte medica considera giustamente che ci sono dei rischi, su questo si è innescata discussione e problematiche”. Una frattura, quella tra l’area tecnica e quella sanitaria, che si inserisce perfettamente nel clima di delegittimazione reciproca che avvolge la Roma, rendendo la sfida di campionato non solo una battaglia per la Champions League, ma un vero e proprio giudizio universale su questo modello di gestione.




