Il filo del ricatto, la recensione: Al Pacino e il cinema di Gus Van Sant tra cronaca e media

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un momento, nel cinema di Gus Van Sant, in cui la realtà si piega fino a diventare parabola, e la cronaca nera smette di essere semplice fatto di costume per trasformarsi in una lente d’ingrandimento sui meccanismi profondi della società americana. Con Il filo del ricatto - Dead Man’s Wire, il regista di Will Hunting - Genio ribelle torna a esplorare quel territorio di confine, già visitato in passato con opere come Da morire, dove la vicenda del rapimento di Tony Kiritsis, avvenuto a Indianapolis nel 1977, diventa il pretesto per una riflessione più ampia. Non si tratta, però, della solita operazione nostalgia né di un semplice esercizio di stile, bensì di un thriller solido e controllato, presentato fuori concorso all’82esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia in occasione del Premio Campari alla carriera, che mette in scena l’ambiguità morale di un uomo il quale, sentendosi giustiziere, finisce per agire da criminale. Il protagonista della pellicola, interpretato da un magnetico Bill Skarsgård, è un uomo che lotta da una posizione di svantaggio, come piace dire allo stesso Van Sant, ma la sua battaglia contro un sistema percepito come oppressivo si tinge subito di tinte fosche, complici i meccanismi imprevedibili di una macchina mediatica in piena ebollizione.

La mattina dell’8 febbraio 1977, Anthony Kiritsis, all’epoca quarantaquattrenne piccolo imprenditore edile, varcò la soglia degli uffici della Meridian Mortgage Company con un fucile a canne mozze nascosto sotto il cappotto -1. La sua convinzione, alimentata da un risentimento coltivato negli anni, era che la società di mutui, con cui aveva stipulato un finanziamento di oltre centomila dollari per un centro commerciale, avesse tramato alle sue spalle per spingere via gli investitori e portarlo sul lastrico, fino al pignoramento dei beni -1. Il piano che aveva in mente era tanto folle quanto meticolosamente architettato: prese in ostaggio Richard Hall, il figlio del presidente della compagnia, e gli legò al collo un cavo d’acciaio collegato al grilletto dell’arma, in una sorta di interruttore letale che sarebbe scattato, uccidendo il rapito, nel caso in cui lui stesso fosse caduto o fosse stato colpito -4. Quell’aggeggio diabolico, un congegno che la stampa americana avrebbe ribattezzato dead man’s wire, tenne la città di Indianapolis e l’intera nazione con il fiato sospeso per sessantatré ore, in un crescendo di tensione che ebbe come palcoscenico non solo le strade della città, ma anche le frequenze radiofoniche e, presto, gli schermi televisivi.

La costruzione del personaggio e l’ombra di Al Pacino

Ciò che colpisce, nella regia di Van Sant, è la capacità di restituire la complessità di un personaggio come Kiritsis senza mai cadere nella trappola della giustificazione o della condanna moralistica. Skarsgård, dal canto suo, regala una prova d’attore che sembra uscita da un altro tempo, capace di passare con disinvoltura dalla furia più cieca a una lucidità quasi agghiacciante, quando si tratta di dettare le condizioni alle forze dell’ordine o di intavolare una trattativa in diretta con il conduttore radiofonico Fred Temple, interpretato da un misurato Colman Domingo -1. Attorno a questa coppia di fatto, costretta a convivere in un equilibrio precario dove il confine tra vittima e carnefice si assottiglia sempre di più, si muove un cast di supporto di prim’ordine: Dacre Montgomery, nei panni del malcapitato Richard Hall, regge la parte dello ostaggio in balia degli eventi con una recitazione tutta affidata allo sguardo e alla tensione muscolare. E poi c’è lui, Al Pacino, nei panni del padre di Richard, un magnate spavaldo e apparentemente privo di empatia per la sorte del figlio, una sorta di patriarca distaccato la cui presenza, seppur limitata a poche scene, proietta un’ombra lunga sull’intera vicenda, incarnando quel sistema di potere distante e inaccessibile contro cui Kiritsis crede di combattere -5.

Il circo mediatico e l’etica del giornalismo

Il vero protagonista, però, al di là degli interpreti, è forse quel mezzo di comunicazione di massa che per la prima volta si trovò a fare i conti con una diretta potenzialmente letale. Il film di Van Sant, in questo, si inserisce perfettamente nel solco tracciato da Da morire, dove Nicole Kidman, nelle vesti di Suzanne Stone, affermava con cinica determinazione che non si è nessuno in America se non si compare in televisione. All’epoca dei fatti, i giornalisti di Indianapolis si trovarono davanti a un bivio etico senza precedenti: mandare in onda o meno le immagini di un uomo con un fucile puntato alla testa di un altro, sapendo che ogni minuto di esposizione pubblica alimentava il narcisismo patologico del rapitore e poteva influenzare il suo stato emotivo, con conseguenze potenzialmente fatali per l’ostaggio -10. La pellicola mostra bene come Kiritsis, ascoltando la radio e guardando la tv, modulasse il suo comportamento in base a ciò che veniva detto, costringendo gli stessi media a diventare parte attiva della trattativa, un ruolo ibrido e scomodo che portò, a crisi conclusa, a una profonda riflessione e alla stesura di nuove linee guida per la copertura di casi di cronaca simili, in un’epoca in cui la tecnologia del live era ancora una novità tutta da gestire -10.

La follia come categoria giuridica e il verdetto popolare

Quando, dopo aver tenuto in scacco la polizia per quasi tre giorni e aver ottenuto una conferenza stampa in cui poté sfogare la sua rabbia, Kiritsis rilasciò finalmente Hall, la macchina della giustizia si mise in moto, ma l’epilogo giudiziario riservò un’ulteriore sorpresa. Processato per rapimento, estorsione e rapina a mano armata, l’uomo venne giudicato infermo di mente, una sentenza che di fatto gli evitò il carcere a fronte di un lungo ricovero in strutture psichiatriche, dal quale uscì definitivamente solo nel 1988 -1. La folla, che aveva seguito in diretta le sue sortite, esplose in un applauso alla lettura del verdetto, un segnale inequivocabile di come, nell’immaginario collettivo, Kiritsis fosse stato percepito non come un comune delinquente, ma come una sorta di eroe popolare, uno che aveva osato ribellarsi ai soprusi di quei poteri forti – banche e assicurazioni – che spesso la gente comune fatica a comprendere e a contrastare -7. Una dinamica, questa, che ha portato più di un critico a sottolineare l’inquietante parallelismo con vicende ben più recenti, come quella di Luigi Mangione, trovando nella pellicola di Van Sant, il cui progetto era già avviato prima che quei fatti accadessero, una sorprendente capacità di intercettare lo spirito del tempo -6.

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