Rental Family – Nelle vite degli altri, la recensione: Brendan Fraser e la sottile linea d'ombra tra finzione e affetto nella Tokyo che noleggia i parenti

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Ambientato in una Tokyo metropolitana che scorre fluida e indifferente nei suoi ritmi serrati, Rental Family – Nelle vite degli altri, il nuovo film della regista nipponica Hikari, già nota per la serie Beef, si presenta come un'opera ibrida, un dramedy che tenta di conciliare la leggerezza della commedia con la profondità di certe tematiche esistenziali. Al centro della scena, a reggere l'intera impalcatura narrativa, c'è un Brendan Fraser tornato a calcare i ruoli da protagonista dopo l'Oscar vinto per The Whale: il suo Phillip Vandarploeug, questo il nome del personaggio, è un attore statunitense che da anni vive in Giappone, sopravvivendo più di ricordi che di soddisfazioni professionali, e la cui notorietà è legata a doppio filo a uno spot pubblicitario di dentifricio in cui indossava un costume grottesco. La sua carriera langue, le audizioni si susseguono senza risultati, e il senso di straniamento, acuito dalla barriera linguistica e culturale, lo rende un'ombra in una metropoli brulicante di vita.

È in questo stato di deriva esistenziale che Phillip viene ingaggiato da una singolare agenzia, una di quelle che nella realtà giapponese offrono veri e propri "familiari a noleggio" -5. La proposta gli arriva da un carismatico e spiccio Shinji, interpretato da Takehiro Hira, il quale gestisce un piccolo esercito di attori pronti a interpretare ruoli su misura per clienti che necessitano di colmare un vuoto: un parente assente, un amico immaginario, un invitato di circostanza. Inizialmente Phillip, come potrebbe fare qualsiasi occidentale di fronte a un concetto tanto estremo della spettacolarizzazione del privato, osserva quel microcosmo con scetticismo, se non con aperto disagio morale, una sensazione che lo coglie con prepotenza già durante il suo primo incarico, un funerale simulato in cui il finto defunto si rialza dalla bara per godersi le finte lacrime dei presenti -1.

La geografia emotiva di un attore straniero

Il film di Hikari, scritto a quattro mani con Stephen Blahut, costruisce la propria architettura su una serie di incarichi che Phillip si trova via via a dover interpretare, e lo fa con una regia che ama perdersi nelle cartoline luminose e nei vicoli notturni della capitale giapponese, creando un contraltare estetico alla solitudine dei personaggi -8. La pellicola, però, non si limita a una semplice sfilata di aneddoti, ma concentra la propria attenzione su due incarichi specifici, quelli che richiedono a Phillip un coinvolgimento emotivo maggiore e che, di fatto, costituiscono il cuore pulsante della narrazione. Da un lato c'è la piccola Mia, una bambina interpretata da Shannon Mahina Gorman, figlia di una madre single che, per garantirle l'accesso a una scuola prestigiosa, assume Phillip affinché si finga il padre assente durante un colloquio di ammissione; dall'altro, c'è l'anziano attore Kikuo Hasegawa, un ruolo affidato a Akira Emoto, ormai in pensione e alle prese con i vuoti di memoria, la cui figlia ingaggia Phillip perché si spacci per un giornalista intenzionato a scrivere un pezzo celebrativo sulla sua carriera -5-6.

Quel che accade in questi due frangenti è l'elemento attorno a cui ruota l'intera riflessione del film: Phillip, da attore distaccato qual era, inizia a lasciarsi permeare dalle situazioni, finendo per oltrepassare la sottile linea di confine che separa la recitazione dall'affetto genuino. Non si tratta, però, di una semplice cedevolezza sentimentale, bensì della constatazione che, in un mondo in cui le relazioni diventano merce di scambio, il bisogno umano di autenticità riesce comunque a farsi strada, complicando i piani e generando cortocircuiti emotivi. La regista, che pure non rinuncia a qualche concessione a un sentimentalismo talvolta prevedibile, governa la scena con una mano attenta a non scadere nella melassa, e lo fa anche grazie alla prova di Fraser, il cui volto riesce a comunicare un'intera gamma di sfumature, dallo spaesamento dell'uomo fuori contesto alla tenerezza di chi si lascia coinvolgere oltre il dovuto -3-8.

Quando la finzione diventa più vera del reale

A rendere complessa la visione, e a sottrarre Rental Family alla facile etichetta di semplice comfort movie, è proprio la tensione che si genera attorno alla legittimità morale di questo scambio. Le situazioni create dall'agenzia sono, per loro stessa natura, delle bugie, eppure producono effetti reali: la piccola Mia vive per qualche ora l'illusione di avere un padre, e l'anziano Kikuo ritrova per un pomeriggio la dignità e la gioia di raccontarsi. Il film, senza cadere nella trappola del giudizio, mostra come queste finzioni possano diventare veicoli di un'affettività che altrove, nella frenesia della vita reale, sembra essere andata perduta -5. Lo straniero americano, il gaijin che fatica a districarsi tra i non detti e le rigide formalità della società nipponica, diventa così il tramite perfetto per abbattere quelle stesse barriere, portando una spontaneità che i suoi colleghi giapponesi, forse troppo ingabbiati nei ruoli, non riescono a esprimere.

Il cast di supporto, che annovera tra gli altri Mari Yamamoto nei panni di una collega d'agenzia abituata a interpretare ruoli umilianti come quello dell'amante in cerimonie di scuse formali, offre spunti interessanti che però rimangono volutamente in secondo piano, lasciando tutto il proscenio a Fraser e ai suoi due principali interlocutori, la bambina e l'anziano attore. La sceneggiatura, in questi fr frangenti, tocca con delicatezza temi complessi come l'elaborazione del lutto, l'abbandono e la paura della solitudine, evitando però di scavare in modo troppo crudo, quasi a voler proteggere lo spettatore da un dolore che, per quanto presente, viene sempre filtrato attraverso la lente rassicurante della finzione scenica -6. Ne deriva un'opera che, pur nella sua leggerezza apparente, solleva interrogativi non banali sulla natura stessa delle relazioni umane in un'epoca che le vuole veloci, funzionali e, al bisogno, sostituibili.

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