Il Parco della salute macina bonifiche e milioni, ma la viabilità del Lingotto resta ostaggio dei cantieri. E sul fronte casa, Cirio annuncia mille alloggi a centocinquanta euro mentre Marrone avvia la corsa verso il 2027
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Redazione Interno
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Il cronoprogramma del Parco della salute, quel labirinto di carte, decreti e conferenze dei servizi che ormai da un decennio accompagna la città di Torino, continua a scorrere via proroga dopo proroga; l’ultima delle quali, firmata dal governo nelle settimane scorse, ha blindato Marco Corsini al suo posto di commissario straordinario fino a dicembre del 2026 -4. Una nomina, quella rinnovata su sollecitazione del presidente Alberto Cirio, che certifica da un lato la complessità dell’operazione – si parla di un investimento complessivo che supera i seicento milioni di euro, con uno stanziamento aggiuntivo di otto milioni richiesto proprio da Corsini alla Regione per venire a capo delle bonifiche nell’area ex Fiat Avio – e dall’altro cristallizza l’ennesimo slittamento di una posa della prima pietra che, se tutto andrà secondo le attuali previsioni, non avverrà prima di fine anno -7-10.
Mentre i macchinari lavorano per rendere inerte quel terreno, e mentre l’Azienda Ospedaliera mantiene la concessione per l’occupazione del suolo pubblico almeno fino al prossimo giugno, chi quella strada la vive ogni giorno – i residenti della zona, gli automobilisti incolonnati, i pendolari del Lingotto – si trova a fare i conti con una chiusura che, come emerso da un’interpellanza del consigliere Firrao, è ormai in vigore da oltre undici anni e non accenna a risolversi prima del 2031 -1. Il controviale di via Nizza, nel tratto compreso tra il centro commerciale e il Palazzo della Regione, resta infatti interdetto al traffico; l’assessorato alla Viabilità, nella persona di Chiara Foglietta, ha escluso categoricamente che si possa procedere a una riapertura parziale, definendo l’opzione «non percorribile» né ora né nelle fasi intermedie del cantiere -1. La città, insomma, si prepara a convivere per un altro lustro con un’arteria principale mutilata, mentre si lavora a una viabilità interrata che dal sottopasso del Lingotto dovrebbe condurre ai parcheggi regionali: una soluzione funzionale, certo, ma che poco restituisce in termini di vivibilità quotidiana a chi oggi deve districarsi tra deviazioni e soste selvagge proprio laddove un tempo scorrevano le auto.
E se la sanità del futuro arranca tra colate di cemento e burocrazia, sul fronte opposto – quello dell’abitare, della casa come argine allo spopolamento e alla denatalità – la giunta Cirio prova a giocare d’anticipo. La misura presentata nei giorni scorsi, «Una famiglia, una casa», prevede il recupero di mille alloggi Atc attualmente sfitti e inagibili, da rimettere sul mercato – o meglio, da destinare a un canone calmierato – per giovani coppie con figli -8. Trentasei milioni di euro riprogrammati dai fondi europei 2021-2027, trentamila euro medi di intervento per unità immobiliare, e un affitto bloccato a centocinquanta euro mensili «per sempre», come ha scandito lo stesso Cirio nel corso della conferenza di inizio anno: una formula che il governatore non esita a definire «senza eguali in Italia» e che punta a trasformare il patrimonio pubblico da problema annoso – si parla di circa tremila case popolari vuote su tutto il territorio regionale – a volano di welfare generativo -8.
Dietro la cifra apparentemente tecnica del bando, tuttavia, si staglia un’ombra lunga che dal Palazzo della Regione proietta le sue forme fino alle colline di Torino. La macchina comunicativa si è messa in moto con puntiglio: assessori schierati, videomessaggi, l’enfasi sulla natalità, la promessa della stabilità abitativa. E nondimeno, a osservare i tempi – il piano dovrebbe vedere la luce entro il 2026, e l’assegnazione concreta dei primi alloggi potrebbe slittare ben oltre – e a incrociarli con il calendario politico, si fa fatica a non leggere tra le righe di questo annuncio la parabola discendente di un centrodestra che già corre verso le Comunali del 2027. Chiara, in tal senso, la postura assunta da Maurizio Marrone: assessore regionale alle Politiche sociali, esponente di punta di Fratelli d’Italia, candidato sindaco in pectore, uomo che da mesi presidia il terreno dei valori identitari e della sicurezza urbana con una continuità che non lascia spazio a fraintendimenti -6-9.
Marrone, del resto, non ha mai nascosto l’ambizione; la sua azione amministrativa, dalla battaglia sul centro sociale Askatasuna – per il quale, dopo il servizio di Far West, ha chiesto la rescissione del patto di collaborazione con il Comune – alla proposta di legge per istituire un reparto operativo di intervento urbano della polizia locale, con tanto di equiparazione funzionale alle forze dell’ordine statali, delinea il perimetro netto di una candidatura che, almeno dalle parti di Fratelli d’Italia, si dà ormai per scontata -3-6. Un profilo, quello dell’assessore, che alcuni osservatori non hanno esitato a definire «trumpiano» nella radicalità con cui affronta i temi etici e securitari, e che rischia di riplasmare completamente il Dna di quel centrodestra subalpino che per decenni, dalla presidenza Ghigo in avanti, aveva fatto del moderatismo e della concordia istituzionale la propria cifra distintiva -9.
L’inquilino europeo e il pressing sulle periferie
Alberto Cirio, che a Bruxelles siede come capo delegazione italiana al Comitato europeo delle Regioni – ruolo per il quale è stato riconfermato all’unanimità – si trova oggi a governare una maggioranza in cui gli equilibri interni si fanno di mese in mese più tesi -2. Da una parte Forza Italia, che guarda con sospetto all’avanzata dei meloniani e non ha alcuna intenzione di cedere la candidatura a Palazzo Civico senza battaglia; dall’altra la Lega, che mal digerisce l’autonomia con cui Marrone orchestra la propria ascesa e, per bocca del consigliere Fabrizio Ricca, rivendica per Torino una storia politica «medaglia d’oro della Resistenza» -6. Eppure, nonostante le fibrillazioni, il presidente procede: sul Parco della salute tiene il timone e tiene Corsini, forte di un rapporto diretto con il governo che gli consente di smussare gli angoli; sulla casa incassa la visibilità e rilancia, ben sapendo che mille appartamenti, anche quando fossero effettivamente ristrutturati e assegnati, rappresentano una goccia nel mare dei bisogni abitativi di una regione intera.
Il cantiere dell’ospedale, che pure assorbe energie e finanziamenti, tarda a emergere dal sottosuolo; le bonifiche consumano risorse e tempo, e l’orizzonte del 2031 per la consegna dell’opera resta, al momento, l’unico punto fermo. Ma la politica, si sa, ha i suoi ritmi: e se il ferro e il cemento del Parco della salute si vedranno tra qualche anno, i mattoni della campagna elettorale – quelli sì – si stanno mettendo in posa già oggi, a colpi di fondi europei riprogrammati e di dichiarazioni d’intenti.
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