Marcinelle, 70 anni dopo: la strage e la memoria. Calderone: "Il lavoro deve essere più sicuro"
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Redazione Interno
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La data dell'8 agosto non è mai stata solo un numero sul calendario, per la storia italiana e per quella europea. Rappresenta, da settant’anni a questa parte, il momento in cui si riaffaccia alla memoria collettiva il ricordo di una delle più gravi tragedie del lavoro che abbiano mai segnato il Novecento: la strage di Marcinelle.
In quella giornata del 1956, nella miniera di carbone del Bois du Cazier, persero la vita oltre duecento minatori, in gran parte italiani, che erano emigrati nella speranza di costruirsi un futuro e che trovarono invece una morte atroce, sepolti dalle fiamme e dal gas a centinaia di metri sotto terra. Il settantesimo anniversario di quel tragico evento, celebrato a Charleroi, ha offerto l’occasione per una riflessione più ampia, che non si ferma alla commemorazione ma si proietta verso il presente e il futuro del mondo del lavoro.
Le parole della ministra Calderone
A Marcinelle, in Belgio, la ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali, Marina Calderone, ha voluto sottolineare il significato profondo di questa ricorrenza, che va ben oltre il semplice ricordo. La strage di Marcinelle, ha dichiarato la titolare del dicastero, non è soltanto un momento per onorare le centinaia di italiani che persero la vita in quella miniera, ma anche un'opportunità per ribadire un principio che troppo spesso viene dato per scontato ma che, come la storia insegna, non lo è affatto.
"La ricorrenza del settantesimo anniversario della tragedia di Marcinelle è per noi un momento per ricordare le vittime italiane che persero la vita lavorando all'interno di una miniera di carbone", ha affermato Calderone, "ma è un momento anche per celebrare non solo l'importanza del lavoro, ma l'importanza del lavoro sicuro e di una vita lavorativa che, all'insegna della sicurezza, possa consentire alle persone di vivere dignitosamente con le loro famiglie e di poter invecchiare di lavoro".
Le sue parole, pronunciate in un luogo che è diventato simbolo del sacrificio umano sull’altare dell’economia, hanno così tracciato un solco netto tra il passato di incuria e sofferenza e la necessità impellente di costruire un presente e un futuro in cui la sicurezza non sia un optional ma un diritto fondamentale e inalienabile.
L'esodo dimenticato e l'accordo del carbone
Per comprendere appieno la portata di quella tragedia, occorre fare un passo indietro e ripercorrere le tappe di quello che fu uno dei più grandi fenomeni migratori della storia repubblicana. Tra il 1946 e il 1956, più di 140.000 italiani, provenienti per lo più dalle regioni del Sud e dal Veneto, varcarono le Alpi diretti in Vallonia, la regione francofona del Belgio, dove l'industria mineraria era in piena espansione.
L’Italia, uscita stremata dalla Seconda Guerra Mondiale, contava oltre due milioni di disoccupati e intere famiglie ridotte alla fame, mentre il Belgio, al contrario, aveva un disperato bisogno di manodopera per far funzionare i propri pozzi. Fu così che i due governi stipularono un accordo, cinico nella sua essenza ma terribilmente concreto: il Belgio si impegnava a fornire all'Italia l'equivalente di 200 chilogrammi di carbone al giorno per ogni minatore italiano inviato nelle sue miniere.
Un baratto, in pratica, in cui il lavoro e la vita degli uomini venivano scambiati con il prezioso combustibile necessario a riscaldare le case italiane e a far ripartire l'industria nazionale.
La propaganda e la realtà delle miniere
Per convincere gli uomini a intraprendere quel viaggio verso l’ignoto, spesso senza una reale consapevolezza dei rischi, fu messa in piedi una vera e propria macchina propagandistica. Manifesti affissi in tutte le piazze italiane mostravano la vita in Belgio come un’opportunità irripetibile, un’occasione per guadagnare cifre impensabili e garantire un futuro ai propri figli, tralasciando però completamente ogni riferimento alle condizioni disumane in cui si lavorava e ai pericoli mortali che si celavano nel sottosuolo.
La realtà era ben diversa e fatta di turni massacranti, di polvere che riempiva i polmoni e di un tasso di incidentalità spaventosamente alto. La miniera era un ambiente ostile, dove la morte era sempre in agguato e dove le norme di sicurezza, quando esistevano, venivano spesso ignorate per non rallentare la produzione.
Una vera e propria trappola per quei lavoratori che, come ha giustamente ricordato la ministra Calderone, non chiedevano altro che di poter vivere dignitosamente e invecchiare dopo una vita di fatica, e che invece si sono ritrovati a morire in un paese straniero, lontani dalle loro famiglie e dalle loro case.
La Giornata europea per le vittime del lavoro
La commemorazione di Marcinelle, quest'anno, assume un significato ulteriore e di portata storica, che amplifica la voce di quelle vittime oltre i confini nazionali. Carlo Fidanza, eurodeputato, ha infatti annunciato da Charleroi un risultato di grande rilevanza politica e sociale, ottenuto al Parlamento Europeo.
"A 70 anni dalla tragedia di Marcinelle e al centro del ricordo di centinaia di minatori italiani martiri", ha dichiarato Fidanza, "siamo riusciti a ottenere un grande risultato nel Parlamento europeo: con il contributo del governo italiano abbiamo ottenuto l’istituzione della Giornata europea per le vittime sul lavoro proprio l’8 agosto, in occasione della celebrazione di questa tragedia italiana ma anche europea".
La scelta della data non è casuale, perché lega indissolubilmente il ricordo dei caduti di Marcinelle a una giornata di mobilitazione e riflessione che coinvolgerà tutti i paesi membri dell’Unione. Un atto dovuto, per molti versi, che trasforma il lutto in un monito costante e che pone l’accento su una piaga, quella degli infortuni e delle malattie professionali, che ancora oggi miete migliaia di vittime in tutto il continente.
La memoria, dunque, diventa impegno concreto, affinché il diritto a un lavoro sicuro sia garantito a tutti e la strage di Marcinelle non venga mai dimenticata, ma serva da monito per le generazioni future.
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