Il monito dei vescovi calabresi e siciliani: «Scelte politiche disumane davanti ai corpi restituiti dal mare»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il mare, quello stesso mare che per settimane ha flagellato le coste con la furia del ciclone Harry, ha deciso di restituire ciò che aveva inghiottito. Quindici corpi, alcuni nudi, altri con indosso pochi stracci, qualcuno con un giubbotto salvagente ancora agganciato, sono riemersi tra le spiagge della Calabria e quelle della Sicilia, portati a riva dalle correnti in un lento e inesorabile contraccolpo. Un fenomeno, quello del mare che ridà i suoi morti, che ha trasformato il lutto privato e invisibile in un’evidenza pubblica, costringendo chiunque ad aprire gli occhi su ciò che molti preferirebbero ignorare. Ed è stata proprio questa macabra processione di salme – avvistata da pescatori, da studenti affacciati alle finestre delle aule, da bagnanti fuori stagione – a innescare la reazione indignata delle gerarchie ecclesiastiche locali, la cui voce si è levata potente e senza infingimenti.

I presuli calabri, riuniti nella loro conferenza episcopale, hanno parlato con una chiarezza che non lascia spazio a fraintendimenti, e a loro si è unito, dall’altra sponda dello Stretto, l’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice. «Chiediamo che si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza considerare chi muore», hanno scandito i vescovi calabresi, in un passaggio del loro appello che suona come una requitoria precisa contro un modo di intendere la gestione dei flussi. Per loro, quei quindici cadaveri – recuperati a Tropea come a Scalea, a Pantelleria come a Marsala – non sono numeri, né tanto meno un effetto collaterale, bensì il volto tangibile di una strategia che, a forza di concentrarsi sulla riduzione degli sbarchi, finisce col produrre un rimosso collettivo fatto di morti senza nome. La denuncia, infatti, non si limita alla constatazione del dolore, ma si fa atto di accusa verso scelte politiche ben precise, definite senza mezzi termini come «disumane» nella loro pianificazione dell’oblio. Monsignor Lorefice, dal canto suo, ha parlato di una «strage» consumatasi nel silenzio, un silenzio che non è frutto del caso ma che viene «gridato da precise scelte politiche», colpevoli di aver dimenticato i diritti inalienabili sanciti dal diritto internazionale e le stesse convenzioni che obbligano al soccorso in mare.

Il contesto della tragedia, tra ciclone e violenze in Tunisia

Se i corpi sono riaffiorati ora, la loro fine è maturata settimane fa, nel pieno dell’emergenza meteo che ha reso il Mediterraneo centrale una trappola mortale. Il passaggio del ciclone Harry, con i suoi venti a forza nove e le onde alte, aveva già messo in ginocchio i porti e costretto le navi a restare in rada, ma non sembra aver fermato alcune partenze. L’ipotesi, suffragata da numerosi elementi, è che a bordo di quelle imbarcazioni partite dalla Tunisia ci fossero persone in fuga da una situazione divenuta ormai insostenibile. Nelle settimane precedenti la tempesta, la Garde Nationale tunisina aveva intensificato le operazioni di sgombero degli accampamenti informali sorti nelle piantagioni di ulivi attorno a Sfax, luoghi che per migliaia di migranti subsahariani rappresentavano l’ultimo riparo dopo essere stati scacciati dai centri urbani. Testimonianze raccolte da organizzazioni come Refugees in Libya descrivono interventi notturni condotti con violenza, tende incendiate, beni personali distrutti e un clima di terrore volto a forzare i cosiddetti rimpatri volontari, che di volontario, a detta dei sopravvissuti, avrebbero ben poco. Spinti via con la forza da quegli uliveti che erano divenuti la loro unica dimora, molti non hanno avuto altra scelta che affidarsi ai trafficanti, salendo su imbarcazioni di fortuna in un mare che di lì a poco sarebbe divenuto una fornace d’acqua.

I naufragi fantasma e la conta dei dispersi

La dinamica esatta di ciò che è accaduto nel tratto di mare tra la Sicilia e le coste nordafricane resta avvolta nella nebbia dei cosiddetti naufragi fantasma, quelli di cui nessuno dà notizia perché mancano richieste di soccorso o perché queste richieste cadono nel vuoto. Quello che emerge, però, è un quadro impressionante: l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ha certificato per il solo mese di gennaio 452 vittime accertate, una cifra triplicata rispetto all’anno precedente, ma si tratta di numeri parziali. Le organizzazioni umanitarie, come Mediterranea Saving Humans, parlano apertamente di un numero di dispersi che potrebbe aggirarsi attorno al migliaio, persone inghiottite dalle onde di cui non si saprà mai nulla, se non quando il mare deciderà di restituirne i resti. Corpi che le procure di Paola, Vibo Valentia e Trapani stanno ora cercando di identificare, aprendo fascicoli per accertare le cause del decesso e, laddove possibile, risalire a eventuali responsabilità. In questo scenario, l’attività di ricerca e soccorso portata avanti dalle navi delle organizzazioni non governative resta fondamentale, sebbene venga spesso ostacolata e criminalizzata, come nel caso della nave Humanity 1, ferma nel porto di Trapani con una multa per aver rifiutato il coordinamento con la guardia costiera libica. Un paradosso amaro, se si pensa che proprio quelle navi, in quelle stesse acque, avevano intercettato cadaveri irrecuperabili, testimoni muti di un naufragio di cui forse non si conosceranno mai i dettagli.

L’appello accorato delle Chiese e il gesto di memoria a Trapani

A rendere ancor più profondo il solco tra la durezza dei fatti e la risposta delle istituzioni, i vescovi hanno lanciato un appello che non si ferma alla denuncia, ma si spinge fino a richiedere atti concreti. Dalla Conferenza Episcopale Calabra è arrivata la richiesta che le procure competenti ricevano tutte le risorse necessarie non solo per accertare le responsabilità, ma anche per restituire un nome a quei corpi, restituendo così dignità a chi è morto nell’anonimato. Un passaggio, questo, che fa da contraltare all’idea che il problema si risolva semplicemente contabilizzando chi arriva vivo, mentre si tace su chi non ce l’ha fatta. «Il mare ci chiede conto», hanno ripetuto i vescovi, «quei morti ci chiedono conto e noi non possiamo rispondere con il silenzio». E se il silenzio, come hanno sottolineato, rischia di trasformarsi in complicità, la risposta della società civile è arrivata qualche giorno dopo, dalle acque antistanti Trapani, dove una barca a vela di nome Safira è salpata per una celebrazione commemorativa. A bordo, rappresentanti delle Chiese siciliane, attivisti e semplici cittadini hanno affidato al mare mazzi di fiori, in memoria di chi in quel mare ha trovato la morte. Una preghiera che ha unito il rito cattolico a quello musulmano, in un gesto che ha voluto riaffermare quella fraternità che le logiche del potere e dell’indifferenza cercano quotidianamente di spezzare, ricordando a tutti che quei corpi senza nome sono, e restano, persone.

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