Sonno, fasi REM e profonde legate a un rischio più basso per 83 malattie: lo studio su PLOS Medicine

Sonno, fasi REM e profonde legate a un rischio più basso per 83 malattie: lo studio su PLOS Medicine
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Redazione Salute Redazione Salute   -   Dormire bene non è soltanto una questione di durata. Un ampio studio internazionale, pubblicato il 17 settembre sulla rivista PLOS Medicine, ha esaminato il legame tra le caratteristiche del riposo notturno e il rischio di sviluppare patologie, mettendo in luce il ruolo specifico delle diverse fasi del sonno. La ricerca, condotta da studiosi della Capital Medical University di Pechino, ha analizzato i dati di 95.559 partecipanti alla UK Biobank, i quali hanno indossato un accelerometro da polso per sette giorni e sette notti consecutive, consentendo ai ricercatori di stimare la quantità di sonno REM, sonno profondo e sonno leggero, oltre alla durata complessiva e alla regolarità del riposo.

Il peso della fase REM

Il dato che ha maggiormente colpito gli autori riguarda il sonno REM, la fase in cui si verificano i sogni più vividi e l’attività cerebrale assume caratteristiche simili a quelle dello stato di veglia. Un tempo maggiore trascorso in questa fase è risultato associato a un rischio inferiore per 83 patologie, tra cui demenza, scompenso cardiaco e malattia di Parkinson.

Nello specifico, un incremento di circa 48 minuti di sonno REM si accompagnava a una riduzione del rischio del 26 per cento per lo scompenso cardiaco, del 46 per cento per le demenze e dell’80 per cento per il parkinsonismo.

Sonno profondo e durata complessiva

Anche il sonno profondo, la fase N3 del ciclo, ha mostrato associazioni significative, sebbene in un numero più contenuto di patologie. Una maggiore quantità di riposo in questa fase risultava collegata a un rischio più basso per sette condizioni, tra cui il diabete di tipo 2 e il disturbo depressivo maggiore.

La durata totale del sonno, invece, presentava una relazione non lineare con il rischio di malattia: per 69 patologie il rischio minimo si osservava in chi dormiva tra le sei e le otto ore per notte, mentre chi si fermava sotto le cinque ore mostrava una vulnerabilità maggiore, con associazioni significative per 37 condizioni.

Irregolarità e risvegli notturni

Lo studio ha preso in esame anche la continuità e la regolarità del sonno. Periodi più lunghi di veglia dopo l’addormentamento e una maggiore variabilità della durata del riposo da una notte all’altra risultavano associati a un rischio più elevato per alcune condizioni, tra cui disturbi d’ansia e abuso di sostanze. Complessivamente, l’analisi ha identificato 156 associazioni significative tra i modelli di sonno e le nuove diagnosi registrate durante il periodo di osservazione, che ha avuto una durata mediana di quasi nove anni.

Un quadro osservazionale

Trattandosi di uno studio osservazionale, i ricercatori sottolineano che non è possibile stabilire un rapporto di causa-effetto tra le caratteristiche del sonno e l’insorgenza delle malattie. I modelli statistici sono stati aggiustati per numerosi fattori, tra cui età, sesso, indice di massa corporea, abitudine al fumo, attività fisica e esposizione al rumore notturno, ma gli autori riconoscono che potrebbero permanere fattori non misurati o insufficientemente considerati.

Una delle limitazioni principali riguarda la possibilità che malattie non ancora diagnosticate possano aver già alterato il sonno dei partecipanti; escludendo le diagnosi registrate nei primi due anni dopo il monitoraggio, circa il 61 per cento delle associazioni iniziali rimaneva statisticamente significativo.

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