Dormire meno di cinque ore è associato a 37 malattie, ma non è solo una questione di durata

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Capita che al mattino gli occhi si aprano, ma il corpo sembri non aver mai davvero riposato. La sveglia suona, ci si alza e la prima sensazione è quella di un deficit di energie. Altre volte il problema si presenta la sera: si è sfiniti, ma il sonno non arriva. Oppure ci si addormenta, salvo poi svegliarsi più volte durante la notte, e al risveglio il riposo pare non essere mai cominciato. Sono esperienze comuni, spesso archiviate frettolosamente sotto la voce “stress”.

Non basta contare le ore

Dormire meno di cinque ore a notte è risultato associato a una maggiore vulnerabilità per 37 diverse condizioni di salute. Ma fermarsi al numero di ore sarebbe perdere la parte più interessante della ricerca. Uno studio pubblicato il 17 settembre su PLOS Medicine da Jingsong Luo, Shengzhi Sun e colleghi della Capital Medical University di Pechino ha infatti analizzato anche quanto tempo trascorriamo nelle diverse fasi del sonno, quanto il riposo varia da una notte all’altra e quanto restiamo svegli dopo esserci addormentati. I ricercatori hanno esaminato i dati di 95.559 partecipanti alla UK Biobank che hanno indossato accelerometri da polso per sette giorni e notti consecutive. Un algoritmo di deep learning ha calcolato le fasi del sonno — REM, profondo e leggero —, la durata totale, la veglia dopo l’addormentamento e l’irregolarità notte per notte. Il follow-up mediano è stato di 8,9 anni, con record sanitari disponibili per testare associazioni con oltre 1.000 esiti patologici.

Il sonno REM e quello profondo

I risultati mostrano che una maggiore quantità di sonno REM è associata a un rischio inferiore per 83 malattie, tra cui insufficienza cardiaca, demenza e malattia di Parkinson. Il sonno profondo, invece, è legato a una minore incidenza di 7 condizioni, tra cui il diabete di tipo 2 e il disturbo depressivo maggiore. Al contrario, una maggiore irregolarità del sonno e la veglia dopo l’addormentamento risultano associate a un rischio più elevato per diverse patologie, incluse ansia e disturbi da uso di sostanze.

La durata totale del sonno mostra una relazione non lineare con il rischio di malattia: il valore minimo si concentra in una finestra compresa tra le 6 e le 8 ore, mentre chi dorme meno di cinque ore affronta la vulnerabilità clinica più elevata.

Il ruolo dell’orario e della regolarità

C’è poi un aspetto che riguarda non quante ore si dorme, ma quando e con quanta regolarità. Uno studio pubblicato sul Journal of Epidemiology & Community Health ha preso in esame 72.269 persone di età compresa tra 40 e 79 anni, tutte prive di precedenti eventi cardiovascolari maggiori. I partecipanti hanno indossato un activity tracker per sette giorni, dai cui dati è stato calcolato un indice di regolarità del sonno.

Coloro che presentavano un pattern irregolare — con orari di addormentamento e risveglio molto variabili — risultavano il 26% più esposti a un evento cardiovascolare maggiore rispetto a chi dormiva con regolarità, anche quando raggiungeva la quota raccomandata di ore notturne.

Un segnale, non una causa dimostrata

Gli autori dello studio su PLOS Medicine sottolineano che, trattandosi di uno studio osservazionale, la ricerca non può stabilire che i pattern di sonno causino direttamente il rischio di malattia. La dottoressa Nina Rzechorzek, clinica scientist del Medical Research Council presso l’Università di Cambridge, ha osservato che le fasi REM e profondo sono state stimate da un modello di deep learning basato sul movimento del polso, e non misurate direttamente con la polisonnografia, considerata lo standard di riferimento.

La stessa ricercatrice ha inoltre segnalato che, estendendo il periodo di esclusione a due anni, solo 95 delle 156 associazioni significative originarie rimanevano tali, suggerendo che una malattia precoce o non diagnosticata potesse già influenzare il sonno prima della diagnosi clinica.

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