"28 anni dopo", Danny Boyle spiega perché era il momento giusto per il sequel
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Sono passati più di due decenni da quando Danny Boyle ha portato sul grande schermo il suo mondo distopico, segnando un’epoca con 28 giorni dopo, e ora, con l’arrivo di 28 anni dopo, il regista britannico rivela perché abbia scelto proprio questo momento per tornare a raccontare quella storia. Il film, nelle sale dal 18 giugno 2025, riporta lo spettatore in un Regno Unito devastato, dove nuovi protagonisti si confrontano con un’apocalisse mai veramente finita.
La pellicola, scritta ancora una volta da Alex Garland, riprende le vicende quasi trent’anni dopo la fuga del virus dalla struttura di ricerca che lo custodiva. Quel patogeno, capace di scatenare una rabbia incontrollabile e una decomposizione accelerata, ha ridotto il Paese a un territorio in quarantena permanente, dove i sopravvissuti lottano per resistere agli infetti e alle proprie paure. Tra di loro, un gruppo vive su un’isola fortificata, collegata alla terraferma da un unico passaggio sorvegliato. Quando uno di loro si avventura oltre quel confine, scopre un mondo trasformato, in cui non solo i contagiati si sono evoluti, ma anche chi è rimasto umano nasconde segreti inquietanti.
Boyle, in un’intervista, ha sottolineato come l’attualità abbia influito sulla decisione di realizzare il sequel. "Ciò che sembrava fantascienza vent’anni fa oggi ha un’eco diversa", ha spiegato, senza entrare nel dettaglio ma lasciando intuire un parallelismo con gli eventi globali recenti. Il trailer, del resto, mostra una società ancora più frantumata, dove la minaccia non viene solo dagli infetti – presentati in nuove, agghiaccianti varianti – ma anche dalle divisioni tra i superstiti.
Proprio queste tensioni emergono con forza nel finale, che ha già acceso il dibattito nel Regno Unito per l’introduzione di un personaggio grottesco, interpretato da Jack O’Connell. Jimmy Crystal, questo il nome del ruolo, irrompe nelle scene conclusive con un look volutamente eccessivo: parrucca bionda, tuta sgargiante e gioielli vistosi, una presenza che stride con il tono claustrofobico del film. La scelta, secondo alcuni, smorza la tensione accumulata; per altri, invece, rappresenta una provocazione calcolata, un modo per ricordare che, anche nell’orrore, la follia umana trova sempre spazio.




