Danny Boyle e Paolo Sorrentino, due visioni a confronto nella stessa giornata di cinema
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il 15 gennaio segna un evento raro per la stagione cinematografica, che vede l'arrivo in sala di due opere profondamente diverse per linguaggio e sensibilità, sebbene entrambe figlie di registi acclamati. Da una parte, infatti, Paolo Sorrentino presenta "La grazia", un film intimo e spirituale che esplora le sfumature dell'animo umano, mentre dall'altra, prodotto da Danny Boyle e diretto da Nia DaCosta, sbarca "28 anni dopo – Il Tempio delle Ossa", quarto capitolo di una saga che, sin dal suo esordio nel 2002, ha ridefinito i canoni dell'horror post-apocalittico. Quel film originale, firmato da Boyle e scritto da Alex Garland, scagliò come un sasso sulla Londra deserta e spettrale una versione frenetica e cruda dell'apocalisse zombie, influenzando profondamente il genere negli anni a venire. Ora, a distanza di tempo, la saga prosegue il suo cammino sotto una regia diversa, ma con l'intenzione dichiarata di condurla verso un epilogo coerente con la visione iniziale.
La saga che muta e si radicalizza
La prosecuzione delle avventure di Spike e degli inquietanti Jimmys, affidata a Nia DaCosta – regista di "Candyman" e "The Marvels" –, si inserisce nel continuum narrativo creato dal filmmaker britannico. Il film, distribuito in Italia da Eagle Pictures, non si limita a riproporre la dinamica della sopravvivenza fisica, ma spinge l'orizzonte della storia verso territori più complessi e filosoficamente disturbanti. "Il Tempio delle Ossa" trasforma l'horror in un'indagine sulle derive dell'ideologia e sulla teologia deviata, mettendo in scena, tra gli altri, il contrasto tra il medico umanista interpretato da Ralph Fiennes e il fanatismo sadico di Jack O'Connell. Si tratta, dunque, di un'opera che sceglie di esplorare non la fine del mondo, bensì il suo mutamento, il lento e inesorabile corrompersi delle strutture sociali e morali in un contesto dove la violenza diventa linguaggio primario e scelta identitaria per alcuni.
Un momento controverso e la coerenza di una visione
La pellicola, descritta come feroce, cupa e beffarda, non ha mancato di generare reazioni forti per alcune sue scelte registiche, tra le quali spicca una scena divenuta rapidamente oggetto di discussione. A circa tre quarti del film, infatti, Ralph Fiennes è protagonista di una sequenza danzante dall'estetica marcatamente death metal, un momento così iconico – e per alcuni imbarazzante – da essere stato utilizzato persino nella campagna promozionale di Sony Pictures. Questo elemento, al di là del giudizio che se ne possa dare, testimonia comunque la volontà di portare la saga verso una dimensione radicale e rituale, allontanandosi dagli schemi più tradizionali del genere per abbracciare un orrore più concettuale e simbolico. Un rischio calcolato, che conferma come l'intera operazione non miri alla mera ripetizione di una formula vincente, bensì alla sua evoluzione, se non alla sua trasfigurazione.
Il percorso verso il gran finale
La realizzazione di questo capitolo assume un significato particolare alla luce delle dichiarazioni rilasciate da Danny Boyle circa un anno fa, quando il regista svelò l'intenzione di dirigere personalmente il terzo e conclusivo film della trilogia – considerando "28 giorni dopo" e "28 settimane dopo" come i primi due atti – a patto che il pubblico avesse accolto positivamente questo secondo sequel. L'uscita de "Il Tempio delle Ossa", pertanto, non rappresenta solo un nuovo episodio, ma funge anche da test per il futuro della serie, potenzialmente aprendo la strada a quel gran finale che Boyle ha in serbo. Il film di DaCosta, quindi, oltre a costituire un'opera autonoma, si carica del peso di essere un ponte narrativo e produttivo, un tassello necessario per completare l'arco narrativo complessivo immaginato dai suoi creatori originali, Alex Garland e lo stesso Boyle.




