"28 anni dopo", il ritorno di Danny Boyle tra zombie e iPhone: un incubo che interroga l'umanità
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Redazione Cultura e Spettacolo
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A ventitré anni dall’esplosione di 28 giorni dopo, pellicola che ridefinì i canoni dell’horror apocalittico, Danny Boyle riporta sul grande schermo la sua distopia più celebre con 28 anni dopo, da oggi nelle sale italiane. Il film, che segna il ritorno alla regia dell’autore britannico dopo la parentesi della serie Sex Pistols, non è un semplice sequel ma l’inizio di una nuova trilogia, scritta ancora una volta a quattro mani con Alex Garland. Se nel 2002 il virus della rabbia – sfuggito da un laboratorio militare per colpa di attivisti animalisti – trasformava Londra in un inferno di violenza, ora la storia salta decenni avanti, mostrando un Regno Unito abbandonato al suo destino dall’Europa continentale, che ha eretto barriere invalicabili per isolare l’epidemia.
Boyle, intervistato in occasione dell’uscita, ha sottolineato come il nucleo della saga non sia tanto la minaccia zombie quanto «la domanda su cosa resti dell’umanità quando tutto crolla». Una riflessione che, in tempi di pandemia reale, assume sfumature ancora più crude. La scelta di ambientare il film in un territorio ormai dimenticato dal mondo aggiunge strati di claustrofobia: i sopravvissuti, ormai ridotti a tribù primitive, devono affrontare non solo i contagi ma la consapevolezza di essere stati sacrificati.
Curiosamente, la produzione ha fatto parlare di sé anche per un dettaglio tecnico. Girato interamente con iPhone 15 modificati – come riportato da WIRED –, il film rappresenta un esperimento senza precedenti nel cinema mainstream, dimostrando come la tecnologia consumer possa competere con le costose attrezzature professionali. Una scelta che, al di là del risparmio logistico, sembra coerente con l’estetica grezza e immediata che caratterizza la serie.
Se il titolo 28 anni dopo tradisce una licenza poetica (dalla prima pellicola ne sono passati 23), il legame con i predecessori resta solido. Il virus, nato da esperimenti su scimpanzé, è ancora una metafora degli errori scientifici e dell’attivismo mal calibrato, mentre l’orrore si evolve in forme nuove, più psicologiche che fisiche. Senza rivelare spoiler, Boyle gioca con l’eredità dei personaggi, introducendo nuovi volti in un paesaggio che ormai appartiene al folklore post-apocalittico.




