Iran, gli elicotteri Usa pronti ma si rischia lo scontro con Cina e Russia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sulla carta, lo ammettono persino gli analisti meno indulgenti con la Casa Bianca, si tratterebbe di un’operazione quasi routinaria: un blocco navale che la marina statunitense ha già condotto, in altre forme e in altri teatri, senza che quei precedenti generassero crisi diplomatiche irreversibili. Eppure, quando l’obiettivo dell’azione è l’Iran – lo dimostra l’intera storia degli ultimi vent’anni – ogni missione pianificata nei dettagli diventa improvvisamente insidiosa. Donald Trump, ormai da più di un anno nuovamente alla guida degli Stati Uniti, ha decretato il blocco navale dello Stretto di Hormuz a partire da ieri, dopo il fallimento del vertice di Islamabad di sabato scorso; un tentativo, quello negoziale, che molti osservatori ritenevano già avviato su un binario morto. Il presidente americano ha scelto una linea dura, ricalcando – secondo fonti della stampa statunitense – il copione già sperimentato lo scorso dicembre per isolare il Venezuela: allora i militari abbordarono e sequestrarono numerose cisterne della flotta commerciale legata a Caracas. Stavolta, però, il rischio di un’escalation è ben più alto, perché l’area dello Stretto rappresenta un nodo energetico globale e qualsiasi intervento armato potrebbe trascinare sul campo le due potenze che più sostengono Teheran: Cina e Russia.

Le navi da guerra e l’avvertimento di Trump

L’annuncio del blocco, entrato in vigore senza particolari intoppi nelle prime ore, è stato accompagnato da una dichiarazione che non lascia spazio a interpretazioni ambigue. «Se una qualsiasi delle residue imbarcazioni e navi della marina iraniana dovesse avvicinarsi alla nostra zona di blocco, verrà immediatamente eliminata» – ha avvertito il presidente – «utilizzando lo stesso sistema di annientamento che impieghiamo contro i narcotrafficanti a bordo di imbarcazioni in mare aperto». Secondo i media americani, sarebbero oltre quindici le navi da guerra della marina statunitense già impegnate nell’operazione, senza contare gli elicotteri pronti a decollare dalle portaerei di stanza nel Golfo Persico. Una dimostrazione di forza che, nelle intenzioni dell’Amministrazione, dovrebbe fermare le esportazioni di petrolio iraniane colpendo direttamente l’economia del paese. La Bbc, nel frattempo, ha riportato che una nave – senza specificarne la nazionalità – avrebbe comunque attraversato lo Stretto dopo l’entrata in vigore del blocco, un dettaglio che alimenta il clima di tensione e che suggerisce quanto sia difficile rendere ermetico un cordone navale in una delle vie d’acqua più trafficate del pianeta.

Il nodo diplomatico e l’attacco al Vaticano

Non sono mancate, tuttavia, le polemiche anche sul piano politico e simbolico. In un passaggio a sorpresa dei suoi interventi pubblici, Trump ha rivolto un attacco diretto al Pontefice, affermando che «se non ci fossi io alla Casa Bianca, lui non sarebbe Papa» – una frase che ha lasciato interdetta la stessa diplomazia vaticana, abituata a toni più misurati. Sul versante negoziale, il vicepresidente JD Vance ha cercato di tenere aperto uno spiraglio: in un’intervista a Fox News ha dichiarato che spetta all’Iran decidere se ci saranno ulteriori colloqui diretti con gli Stati Uniti, «perché la palla è davvero nel loro campo». La condizione posta da Vance è chiara: «Dobbiamo avere il loro impegno conclusivo a non sviluppare un’arma nucleare. E penso che se gli iraniani sono disposti a incontrarci su questo punto, allora questo potrebbe essere un accordo molto, molto buono per entrambi i Paesi». Una posizione che, in apparenza, lascia spazio alla trattativa, ma che si scontra con la realtà sul campo: il blocco navale, una volta attivato, segue una logica militare che difficilmente ammette pause o ripensamenti senza una perdita di credibilità per chi lo ha ordinato.

Il rischio di una crisi globale

A rendere la situazione ancora più fluida – e per certi versi imprevedibile – è il ruolo che potrebbero giocare Pechino e Mosca. Entrambe hanno firmato accordi strategici con Teheran, e nessuna delle due vede di buon occhio un’azione unilaterale degli Stati Uniti in uno dei punti nevralgici del commercio energetico mondiale. Se una nave russa o cinese – magari diretta in Iran con carichi di aiuti o componenti militari – venisse fermata o abbordata dalle forze di Trump, lo scontro potrebbe rapidamente trascendere i confini del Golfo Persico. Non è un caso, del resto, che i media vicini al Cremlino abbiano già definito il blocco «un atto di pirateria internazionale», mentre la stampa allineata a Pechino parla di «ingerenza inaccettabile». La marina statunitense, dal canto suo, ha già sperimentato in passato quanto possa diventare complesso gestire un’interdizione navale quando a violarla non sono piccole imbarcazioni di contrabbandieri ma navi da guerra di potenze dotate di armi nucleari. Per ora, gli elicotteri sono pronti e le quindici navi mantengono le loro posizioni; ma ogni ora che passa senza un incidente è un’ora che accresce la tensione, nell’attesa di capire se l’Iran accetterà la sfida o cercherà, invece, un’ultima, improbabile via diplomatica.

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