Piazza Affari, giornata da ottovolante tra sprint di Campari e tonfo di Nexi
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
La seduta del 5 marzo su Piazza Affari è stata tutto fuorché lineare, configurandosi piuttosto come un vero e proprio test per la tenuta nervosa degli investitori, costretti a districarsi tra segnali contrastanti e un contesto geopolitico che, con l’escalation del conflitto in Medio Oriente, continua a gettare ombre pesanti sui mercati. L'indice Ftse Mib, dopo un'avvio incerto che lo aveva visto virare in territorio positivo intorno alle 10.30, con un guadagno dello 0,44% che lo portava a 45.538 punti, non è riuscito a mantenere la rotta, complice probabilmente il perdurare delle tensioni e l'andamento altalenante delle materie prime. Il saldo finale ha così visto l'indice principale cedere l'1,61%, attestandosi a quota 44.608,55 punti, un dato che da solo racconta la difficoltà del listino nel trovare una direzione chiara in una giornata dominata dall'incertezza.
Un Titolo da dimenticare e l'altro da incorniciare: il giorno del giudizio per Nexi e Campari
Se c'è un tema che ha caratterizzato il 5 marzo, questo è senza dubbio la divergenza netta e profonda tra i destini di due società italiane, Nexi e Campari, che hanno letteralmente viaggiato su due binari opposti. Da un lato, il gruppo dei pagamenti digitali ha vissuto quella che può essere definita una seduta da incubo, con un crollo verticale del 16,63% che ha portato il titolo a scivolare sotto la fatidica soglia psicologica dei 3 euro, fermandosi a 2,822 euro. Un tonfo di questa portata, che ha lasciato senza fiato gli operatori, è maturato al termine del Capital Markets Day durante il quale la società ha presentato i suoi piani futuri. La spiegazione fornita dall'amministratore delegato Paolo Bertoluzzo è chiara nel delineare lo scollamento tra la strategia di lungo periodo e le aspettative di una parte del mercato, in particolare degli investitori istituzionali americani: questi ultimi, abituati a meccanismi diversi di remunerazione, si aspettavano probabilmente un programma di buyback (riacquisto di azioni proprie) anziché l'aumento del dividendo ordinario del 20% proposto dal management, una scelta che, nelle parole del CEO, sarebbe stata poco significativa se fatta in misura contenuta.
Dall'altra parte dello spettro, il titolo Campari ha invece offerto uno spettacolo completamente diverso, mettendo a segno un balzo straordinario del 9,96% che lo ha riportato a 6,538 euro, dopo aver toccato punte dell'11% in corso d' seduta. La scintilla che ha innescato questa corsa è da ricercarsi nei conti annuali diffusi dal gruppo, che hanno mostrato una salute finanziaria solida e per certi versi superiore alle attese. A fare la differenza, secondo le prime analisi, è stata la capacità del gruppo di ridurre l'indebitamento del 18%, portandolo a 1,95 miliardi di euro, e la contestuale proposta di aumento del dividendo, che passerebbe da 0,065 a 0,1 euro per azione, un incremento del 54% che premia gli azionisti e testimonia la fiducia del management nei flussi di cassa futuri.
La guerra in Medio Oriente e il ritorno dei beni rifugio: petrolio e oro in primo piano
A fare da sfondo a queste performance così polarizzate, e a condizionare in parte l'umore generale dei mercati, c'è l'aggravarsi del conflitto in Medio Oriente, una variabile che sta riscrivendo le priorità degli investitori a livello globale. Il nuovo corso dell'amministrazione Trump, con il suo approccio deciso nelle crisi internazionali, non ha impedito che l'escalation portasse a conseguenze tangibili sui prezzi dell'energia: il petrolio Brent ha esteso il suo rally alla quinta seduta consecutiva, arrivando a guadagnare oltre il 3% e toccando quota 83,84 dollari al barile, sospinto dai timori per la sicurezza delle forniture nello Stretto di Hormuz, dove gli attacchi alle petroliere stanno di fatto paralizzando il traffico. L'Iraq, uno dei principali produttori, ha già tagliato la produzione di 1,5 milioni di barili al giorno per l'impossibilità di esportare, mentre il Qatar ha dichiarato la forza maggiore sulle spedizioni di gas liquefatto.
In questo clima di incertezza, gli investitori hanno inevitabilmente cercato riparo nei porti tradizionalmente considerati sicuri. L'oro, nonostante la forza del dollaro che tende a renderlo meno appetibile per chi detiene altre valute, ha proseguito la sua corsa, con il prezzo spot in rialzo dello 0,49% a 5.165,75 dollari l'oncia, dopo aver sfiorato quota 5.200 in mattinata. Un balzo significativo, questo del metallo prezioso, che dimostra come la paura di un allargamento del conflitto e delle sue ripercussioni economiche stia prevalendo su qualsiasi altro calcolo razionale a breve termine. Parallelamente, il gas naturale TTF ad Amsterdam ha registrato un'impennata dell'8,68%, portandosi a 53 euro al MWh, un'ulteriore prova di quanto il Vecchio Continente rimanga esposto agli shock energetici provenienti dai suoi confini orientali e meridionali.
Le altre protagoniste della seduta tra rialzi e ribassi
Nel mezzo di questo vortice, altri titoli hanno tentato di ritagliarsi uno spazio, confermando la natura selettiva della giornata. Tra i pochi a distinguersi in territorio positivo c'è STMicroelectronics, che ha guadagnato il 2,99% portandosi a 28,585 euro, tornando a lambire quota 30 euro e mostrando una certa resilienza nonostante le preoccupazioni per un possibile rallentamento della domanda globale di chip. Bene anche Snam, che con un +1,57% ha beneficiato del rinnovato interesse per le utilities in un contesto di tassi in evoluzione, e Lottomatica Group, in rialzo dell'1,40%.
Sul fronte opposto, oltre al già citato tracollo di Nexi, la seduta non ha risparmiato delusioni ad Amplifon, il cui titolo ha subito una flessione significativa, finendo tra i peggiori del listino. Le mid e small cap, misurate rispettivamente dal Ftse Italia Mid Cap e dal Ftse Italia Star, hanno chiuso in territorio negativo, con quest'ultimo in calo dell'1,45%, a testimonianza di una debolezza diffusa che ha colpito in particolare i titoli a maggiore volatilità e con minor capitalizzazione, più esposti al rischio di flight to quality da parte degli investitori istituzionali. Nel complesso, l'impressione è che il mercato stia faticosamente cercando un nuovo equilibrio, dovendo fare i conti con una crisi geopolitica i cui sviluppi restano, al momento, imprevedibili.




