Roccalbegna, il fuoco cancella 500 ettari di Maremma. Si indaga sul piromane
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Redazione Interno
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Le colline tra Cana e Baccinello, nella Maremma grossetana, sono ormai un deserto di cenere. Quello che fino a pochi giorni fa era un mosaico di macchia mediterranea, boschi e campi coltivati, oggi è una distesa grigia e nera, punteggiata solo da qualche albero miracolosamente sopravvissuto. L’odore del fumo, ancora persistente, racconta meglio di qualsiasi parola la violenza delle fiamme che, spinte dal maestrale, hanno divorato oltre 500 ettari in due giorni.
L’incendio, divampato già a Ferragosto e ripreso con forza il 16 agosto, ha colpito in particolare la frazione di Cana, un borgo di 400 abitanti che un tempo viveva di agricoltura e pastorizia e oggi punta sul turismo. Proprio le strutture ricettive, però, sono tra le vittime principali del disastro: i vacanzieri, spaventati dall’avanzare del fuoco, hanno abbandonato in fretta la zona, lasciando dietro di sé prenotazioni annullate e attività paralizzate.
Mentre i vigili del fuoco e i volontari della Protezione Civile – oltre 50 solo nell’intervento a Greve in Chianti, dove un altro rogo ha distrutto 3,5 ettari di pineta – lavorano per domare gli ultimi focolai, le autorità hanno già avviato le indagini. Se l’assessore grevigiano Paolo Tepsich ha avanzato l’ipotesi che l’incendio nella sua zona «potrebbe non essere doloso», a Roccalbegna la pista del piromane è quella più battuta. Le immagini aeree della terra bruciata, con intere porzioni di territorio ridotte in cenere, lasciano pochi dubbi sulla necessità di accertare responsabilità e dinamiche.




