I paradossi di Francesco e il dolore che diventa speranza per i giovani
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Papa Francesco, che ha sempre saputo cogliere i contrasti del nostro tempo senza mai rinchiuderli in giudizi sommari, ha mostrato come persino il dolore possa trasformarsi in un paradosso buono, capace di rompere schemi apparentemente immutabili. Se da un lato ha denunciato con forza le disuguaglianze – "quando pochi banchettano lautamente e troppi non hanno pane per vivere" – dall’altro ha insegnato che certe contraddizioni possono aprire strade inaspettate, soprattutto per chi, come i giovani, cerca risposte fuori dai soliti percorsi.
Durante i suoi funerali, celebrati sotto lo sguardo di leader mondiali e di una folla che sembrava volersi riappropriare del suo pontificato, è emersa con chiarezza la duplice natura di Bergoglio: quella del gesuita argentino, legato alla spiritualità ignaziana, e quella del primo Papa a scegliere il nome di Francesco, portatore di un messaggio radicale di umiltà e vicinanza agli ultimi. Il Vangelo posato sulla bara, sfogliato dal vento come a voler sottolineare la continuità tra il suo insegnamento e quello dei santi che lo hanno ispirato, ha chiuso simbolicamente un ciclo senza però spegnere l’eredità lasciata.
Proprio gli adolescenti, spesso considerati distanti dalla Chiesa, hanno dimostrato di aver colto più di altri il senso del suo magistero. Come quelli del Bormiese, che nella notte precedente le esequie hanno vissuto un’intensa esperienza di preghiera, preparandosi a rendere omaggio a un uomo che, pur non avendoli mai incontrati personalmente, era riuscito a parlare al loro bisogno di autenticità. Michela Baronchelli, una giovane di Rovetta, ha sintetizzato con immediatezza il legame tra Francesco e le nuove generazioni: "Ha avuto il coraggio di esporsi per la pace e la speranza, anche quando i potenti lo ignoravano".




