Martina Carbonaro, le chat in aula e il segreto dell’intelligenza artificiale: «Come mai ho paura di dare il cellulare al mio ragazzo?»

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   A chiedere aiuto, a raccontare le sue paure, a cercare una spiegazione per quella sensazione di oppressione che ormai non riusciva più a tenere a bada, non era stata un'amica del cuore, una compagna di scuola o un familiare. Martina Carbonaro, quattordici anni, si era rivolta a un algoritmo.

Nel corso della seconda udienza del processo che vede imputato Alessio Tucci, il suo ex fidanzato reo confesso dell'omicidio avvenuto il 26 maggio 2025 ad Afragola, è emerso un dettaglio che getta una luce agghiacciante sul clima di isolamento e paura vissuto dalla giovane: la ragazza si confidava con l'intelligenza artificiale, scrivendo a ChatGPT per chiedere consigli su come gestire la relazione tossica con il ragazzo che poi l'avrebbe uccisa.

La domanda, riportata in aula dal brigadiere Michele Carusone della stazione dei carabinieri di Afragola, è emblematica del suo stato d'animo: «Ciao Chat, volevo chiederti come mai ho paura di dare il cellulare al mio ragazzo?». Un quesito che, letto oggi, appare come un grido di aiuto rimasto inascoltato, un tentativo estremo di dare un nome a un sentimento che la ragazza non riusciva a condividere con nessuno.

«Mi fai paura» e la premeditazione in due giorni di chat

L'udienza ha ricostruito con dovizia di particolari le fasi cruciali dei giorni immediatamente precedenti il delitto, in particolare tra il 16 e il 17 maggio 2025. Sono ore in cui la relazione tra Martina e Alessio Tucci si consuma in un crescendo di tensione, alternando tentativi di riappacificazione da parte del giovane a un'escalation di minacce. È in questo lasso di tempo che, secondo la tesi dell'accusa, si sarebbe configurata la premeditazione dell'omicidio.

Dai messaggi letti in aula emerge la dinamica di un rapporto ormai logorato: da un lato le parole supplichevoli di Tucci, che giura di cambiare e di non poter vivere senza di lei, dall'altro la determinazione di Martina, che cerca di allontanarlo con crescente fermezza. È la giovane a scrivere più volte la frase che riassume il suo stato d'animo: «Mi fai paura».

Una dichiarazione che arriva dritta al cuore della dinamica di violenza psicologica che caratterizzava il rapporto, e che testimonia la consapevolezza della ragazza di trovarsi in una situazione pericolosa.

Il messaggio profetico: «Il karma esiste, devi morire per amore»

Nel turbine di messaggi che hanno scandito la fine della relazione, uno in particolare assume una valenza sinistra e quasi profetica, tanto da essere citato come uno degli elementi chiave per dimostrare la premeditazione. Alessio Tucci, di fronte alla decisione della ragazza di chiudere il rapporto e alla sua volontà di frequentare un altro ragazzo, non riesce a controllare la gelosia e riversa su di lei la sua furia in parole che oggi appaiono cariche di un tragico presagio. «Il karma esiste, devi morire per amore».

È questo uno dei messaggi più agghiaccianti emersi dalle conversazioni, un'espressione che secondo gli inquirenti non è un improvviso sfogo ma l'anticipazione di un disegno criminoso. Le minacce non si fermano a Martina, ma si allargano a colpire anche il nuovo ragazzo che frequentava. «Vado con i miei amici, con i coltelli, ovunque si trovi», scrive Tucci, aggiungendo: «Non sai di cosa sono capace, questo che hai visto è solo l'inizio». Di fronte a queste parole, Martina replica ancora una volta con la sua paura, ma ormai il destino sembra segnato.

Il racconto del ritrovamento e l'isolamento di Martina

La seconda udienza del processo, presieduta dalla seconda Corte di Assise di Napoli, è stata segnata anche dalla toccante testimonianza dei carabinieri che hanno rinvenuto il corpo della ragazza. Il brigadiere Carusone ha ricostruito i sopralluoghi nel casolare abbandonato dello stadio Moccia di Afragola, raccontando i momenti concitati della scoperta: «C'eravamo già stati in quella stanza, ma quella sera, spostando un oggetto da un cumulo di masserizie, abbiamo visto prima una mano, poi un ginocchio e alla fine i jeans. Abbiamo capito che sotto quell'armadio c'era il corpo di Martina». La

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.