La finestra sul Baltico diventa un bersaglio: droni ucraini colpiscono San Pietroburgo mentre il Donetsk piange i civili

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Un fumo nero e denso si è alzato sulla Prospettiva Nevskij, quella stessa aria che solitamente il vento della taiga o del Mar Bianco lucida rendendola tersa, trasformando la "finestra russa sull'Occidente" in una cartolina di guerra. Nel giorno dell’apertura del Forum Economico Internazionale, mentre le delegazioni straniere si accingevano a partecipare all’evento voluto dal Cremlino, Kiev ha mandato un messaggio inequivocabile, colpendo a circa 1.100 chilometri di distanza il terminale petrolifero di San Pietroburgo.

Non si è trattato di un attacco isolato, ma di una vera e propria operazione a lungo raggio rivendicata direttamente dalla presidenza ucraina, che ha parlato di “sanzioni a lungo raggio” per avvicinare la pace, menzionando anche un'azienda nella regione di Tambov coinvolta nella produzione bellica. Così, la città dello Zar, che nella letteratura di Anna Karenina appare avvolta da una nebbia mattutina quasi poetica, si è ritrovata sua malgrado a fare i conti con la realtà cruda di un conflitto che, ormai, non conospiù linee di demarcazione nette tra "fronte" e "retrofrontiera".

L’autobus moscovita finito nel mirino e lo stillicidio nel Donetsk

Mentre il fumo si alzava sulla cupola dorata di Sant'Isacco, a centinaia di chilometri di distanza, nella regione ucraina del Donetsk occupata dalle forze russe, un'autocisterna o un normale pullman (le fonti sul tipo di veicolo divergono, ma non sulla sostanza della tragedia) è stato centrato in pieno da un drone. Viaggiava sulla tratta Mosca-Simferopol, un collegamento simbolico tra la Russia continentale e la Crimea annessa, quando l’esplosione lo ha falciato, provocando un bilancio che le autorità locali filorusse hanno aggiornato a otto morti e numerosi feriti.

Un attacco che, aldilà delle strumentalizzazioni retoriche, cade in un momento di particolare vulnerabilità per le infrastrutture civili, spesso trasformate in obiettivi (o vittime) secondarie di una guerra che si combatte sempre più con i droni, i veri protagonisti di questo scenario di terrore silenzioso e a basso costo.

Le cronache parlano di attacchi incrociati: se Kiev allunga la sua ombra sul Baltico, Mosca continua a martellare con sistematica ferocia le città ucraine, come testimoniano i raid su Dnipro e la capitale della scorsa notte, che hanno lasciato sotto le macerie decine di vittime.

Il fronte ghiacciato e la rivoluzione silenziosa della robotica

Se la guerra di logoramento sembra non arrestarsi nemmeno per un giorno, le analisi delle dinamiche territoriali raccontano di un quadro inaspettatamente statico per le ambizioni dell’Armata Rossa. Secondo i report dell’Istituto per lo Studio della Guerra (ISW), se si esclude una breve fiammata offensiva alla fine del 2025, il 2026 ha visto un netto rallentamento delle avanzate russe sul terreno.

Nei primi quattro mesi dell’anno, i russi avrebbero consolidato poco più di 700 chilometri quadrati, un ritmo di appena 2,63 chilometri al giorno, un dato che stride con le narrazioni delle vittorie rapide che circolano nei canali ufficiali. Il motivo di questo stallo non è solo il fango del disgelo o le fortificazioni ucraine, ma una vera e propria rivoluzione tecnologica sul campo: la guerra dei droni, infatti, ha reso estremamente pericoloso qualsiasi assembramento di truppe o convoglio, interdicendo di fatto ampie porzioni del campo di battaglia.

Kiev, pur subendo sulla propria pelle la carenza di intercettori missilistici contro le piogge di droni Shahed, sembra aver trovato in questa asimmetria tecnologica un argine efficace alla macchina da guerra russa, trasformando ogni centimetro di territorio conquistato in un costo umano e materiale insostenibile per il Cremlino.

Il fragile equilibrio delle infrastrutture critiche

L’ombra della contaminazione nucleare torna ad allungarsi minacciosa sullo scenario bellico. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) ha lanciato un avvertimento, definendolo un "gioco col fuoco", dopo che un drone ha attaccato la centrale elettrica che rifornisce il reattore di Zaporizhzhia, l’impianto più grande d’Europa.

Se da un lato Mosca accusa Kiev di "terrorismo nucleare", dall’altro gli ucraini respingono al mittente le accuse, sostenendo che si tratti di una ennesima provocazione russa volta a mascherare le proprie azioni ostili nei pressi degli impianti. In questo clima di reciproche accuse, l’incidente mette in luce la fragilità di un’infrastruttura che, trovandosi in una zona grigia a pochi chilometri dalla linea del fronte, rischia di trasformarsi in un incidente di percorso senza ritorno.

La visita del capo dell’AIEA, Grossi, è stata richiesta con urgenza per verificare il buco nel muro della turbina, un danno che testimonia quanto il confine tra obiettivo militare e catastrofe umanitaria sia diventato labile in questa fase del conflitto.

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