Sanità, firmato l’accordo per i medici di famiglia nelle Case di comunità: 6 ore a settimana a 38,72 euro l’ora

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha sempre creduto nella possibilità di trovare un punto d’incontro: "Sono sempre stato molto ottimista – aveva dichiarato in precedenza – ho sempre pensato che i medici di famiglia non si sarebbero potuti tirare indietro di fronte a un'opportunità e anche a una responsabilità come questa". E il suo ottimismo, a quanto pare, è stato ripagato.

Dopo settimane di trattative serrate e un confronto che ha diviso la categoria, nella serata di ieri è stata firmata l’ipotesi di accordo che disciplina la presenza dei medici di medicina generale all'interno delle Case della Comunità, le nuove strutture territoriali previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr).

L'intesa, raggiunta presso la sede della Sisac (la Struttura Interregionale Sanitari Convenzionati) che rappresenta le Regioni, è stata sottoscritta dai due principali sindacati di categoria, la Fimmg e la Fmt, mentre uno degli aspetti più controversi rimane il mancato accordo con le sigle Smi e Snami, che hanno scelto la strada del no.

Per il governo si tratta di un risultato politico di rilievo, che permette di rispettare gli impegni europei e di avviare a regime le oltre mille Case di Comunità entro la scadenza del 30 giugno 2026, evitando così il rischio di dover restituire i fondi del Pnrr e scongiurando la necessità di ricorrere a un decreto legge che avrebbe rischiato di inasprire ulteriormente il clima di conflittualità con la categoria.

I dettagli dell’intesa: orari e compensi

Il contratto, che di fatto modifica e integra l’Accordo Collettivo Nazionale (Acn) del 15 gennaio 2026, introduce un obbligo orario per tutti i medici di medicina generale: fino a un massimo di sei ore settimanali per 48 settimane l'anno da trascorrere all'interno delle nuove strutture.

Le ore di servizio dovranno essere svolte in turni di almeno tre ore continuative, distribuite nell'arco della giornata tra le 8:00 e le 20:00, una fascia oraria pensata per coprire il vuoto assistenziale che spesso spinge i cittadini a rivolgersi impropriamente al pronto soccorso per problematiche di minore urgenza.

Per quanto riguarda la parte economica, l'accordo prevede una tariffazione unica e omogenea su tutto il territorio nazionale: per ogni ora di attività prestata nelle Case della Comunità, al medico spetterà un compenso di 38,72 euro, a cui si aggiungono gli oneri previsti dalla legge.

Sarà compito delle singole Aziende sanitarie locali, sulla base del fabbisogno specifico del territorio e dopo aver coinvolto il personale già assegnato, determinare la distribuzione delle ore residue tra i professionisti operanti nell'area di riferimento della Casa della Comunità, garantendo in ogni caso la presenza minima di almeno un medico per struttura.

Le ragioni della spaccatura sindacale

La firma dell'intesa, però, non ha messo fine alle polemiche e anzi ha certificato una spaccatura profonda all'interno della categoria. Mentre la Fimmg ha giustificato la sua scelta con il "senso di responsabilità" verso il Servizio sanitario nazionale e con la necessità di non compromettere gli investimenti del Pnrr, dalla parte opposta arrivano critiche durissime al provvedimento.

A contestare l’accordo sono in particolare lo Smi e lo Snami, due sigle sindacali che rappresentano una fetta consistente dei medici di base e che vedono in questo accordo un pericoloso stravolgimento della professione.

Le contestazioni si concentrano sulla natura del rapporto di lavoro. Secondo i sindacati contrari, l'imposizione dell'obbligo orario, con la conseguente pianificazione dei turni da parte dell’azienda sanitaria, trasforma di fatto l'attività del medico di famiglia, da libero professionista convenzionato, in una sorta di subordinato mascherato.

"L'imposizione a tutti i medici in servizio dell'obbligo orario fino a sei ore settimanali trasforma l'attività della medicina generale a mera copertura di fabbisogno orario residuo strutturato dall'Azienda sanitaria locale", ha denunciato Pina Onotri, segretario generale dello Smi, aggiungendo che "s'introducono elementi di un rapporto di subordinazione e allo stesso tempo permane l'assenza di tutele previste per il lavoro dipendente".

In questo modo, si argomenta, il medico si troverebbe a dover rispondere a un’organizzazione gerarchica senza ottenere in cambio le garanzie contrattuali di un lavoratore dipendente, ma continuando a sostenere da solo i rischi organizzativi ed economici della propria professione.

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